(Giugno 2007)
Ma chi era il gruppo spalla di chi? D’accordo, i Piano Magic hanno suonato prima dei nostrani Giardini, ma hanno avuto lo stesso identico tempo per esibirsi. E poi, chi è più conosciuto tra i due gruppi? Diciamo che se la battono alla grande.
Fatto sta che la serata del 19 maggio all’Estragon si è rivelata notte di intense emozioni ed alchimie perfette: insomma, se si dovevano scegliere due gruppi da far esibire insieme, la scelta non avrebbe potuto essere più azzeccata.
Si parte con i Piano Magic, splendida realtà britannica con dieci anni di onorata carriera alle spalle e grande attitudine per un intelligente revival di new wave. I Piano Magic sono un gruppo che sa struggerti e farti ridere, farti ballare e spaccare il cuore: la scaletta abbraccia in maniera equilibrata pezzi da tutti i loro dischi, da The troubled speed of Piano Magic, più lento, dolce, struggente, all’ultimo Part Monster, dalle venature più rock e ritmiche. L’amalgama è perfetto, la simpatia del vocalist anche (con un sorriso sulle labbra riesce a dare degli ignobili bastardi a tutti i presenti che decidono di non tenere il tempo con le mani insieme a lui). Insomma, i Piano Magic, modesti e bravissimi, scaldano a dovere la platea per l’arrivo dei Giardini di Mirò. I quali regalano al pubblico una performance splendida, forse un tantino asettica, fatta di luci scure, fredde, taglienti, e di suoni in limine tra la potenza e la melodia, il post rock dei primi, meravigliosi, ormai leggendari album e la tendenza maggiormente rock dell’ultimo Dividing Opinions: un disco discutibile, d’accordo, ma oggettivamente spettacolare dal vivo. Pezzi come Cold Perfection o la stupenda Broken By (di sicuro una delle canzoni italiane, benché sia cantata in inglese, più belle degli ultimi anni) sono dei piccoli capolavori, gioielli di trasporto e sogno.
“The best band in Italy”: i Piano Magic hanno presentato così i Giardini lasciando il palco. Dopo questa serata probabilmente sarebbe giusto allargare un po’ il discorso; Piano Magic & Giardini di Mirò? “Two of the most great bands in Europe”.
(Giugno 2007)
Signore e signori, ecco a voi la leggenda.
Dopo anni di assenza dalle scene, gli Slint, leggendario gruppo precursore dell’estetica post rock torna in Europa per un mini tour che, dopo una spasmodica attesa, ha toccato per ben due date, a Roma e a Bologna, anche l’Italia.
L’alone di mito creatosi attorno al sestetto americano, dovuto, per assurdo, a un solo disco ufficiale, Spiderland, datato 1991, ha reso l’atmosfera di questa serata magica, religiosa.
E proprio Spiderland è stato la base della performance live della band. “Slint performing Spiderland” si leggeva sulla locandina, e proprio questo doveva essere il leit motiv della serata: una riproposizione pedissequa, pezzo per pezzo, del loro unico, splendido album.
Tuttavia, a causa della defezione dell’ultima ora del loro gruppo spalla, gli Explosions in the Sky, gli Slint sono stati costretti ad allungare la scaletta, aggiungere dei pezzi per rendere accettabile la lunghezza del concerto, e proprio questo, forse è purtroppo, è stato l’unico punto debole di una serata altrimenti al limite della perfezione.
I pezzi tratti da Spiderland, infatti, suonati in maniera eccezionale, con chitarre taglienti, melodie oniriche, esplosioni di suono alternate con rallentamenti quasi vertiginosi, una voce sofferente, malata, penetrante ma sussurrata, si sono rivelati il punto forte dell’esibizione: dall’iniziale Breadcrumb Trail a Washer, passando per Goodmorning Captain, gli Slint hanno regalato una performance eccezionale, con il vocalist quasi nascosto dietro le quinte, ti profilo rispetto alla platea, che mai e poi mai ha fatto un gesto di troppo, una concessione allo spettacolo. Nulla.
Musica nuda e pura. Ma bella da fare male.
Il pubblico (non numerosissimo purtroppo) ha capito di trovarsi davanti a un evento unico, davanti a una vera e propria leggenda del rock e del post rock: lo dimostra l’assoluto, rispettoso silenzio che aleggiava nella sala dell’Estragon tra un pezzo e l’altro, antitesi del tipico concerto rock.
Solo i pezzi non tratti da Spiderland ma da altri Ep si sono rivelati meno interessanti, più deboli, forse. Ma ciò non toglie l’infinito spessore di una serata meravigliosa, in cui chiunque ha avuto la consapevolezza di un privilegio, che forse non si ripeterà mai più.

(Giugno 2007)
Abbiamo incontrato in occasione di un concerto bolognese gli Offlaga Disco Pax, la band emergente divenuta in tempo record oggetto di culto per tantissimi indie ascoltatori e in cambio abbiam ricevuto un Tatranky. Smangiucchiamolo in attesa del prossimo album, da quel che intuiamo non troppo lontano.
-Toglietemi una curiosità una volta per tutte. Voi vi definite un “collettivo neosensibilista contrario alla democrazia nei sentimenti che aderisce al Movimento per il Socialismo Tascabile”.
Mi spiegate un po’ meglio il significato di questa asserzione, in particolare il punto sulla democrazia dei sentimenti non mi è mai stato troppo chiaro…
Max: Beh, il concetto è semplice: la democrazia è 50 % piu uno ma se siamo in due 50% più uno fa due, quindi o c’è un’ opinione assoluta oppure non funziona…
(Lo guardo stranita…)
In realtà è una provocazione per dire che certe parole come democrazia sono abusate a sproposito per cui noi siamo contrari alla democrazia dei sentimenti.
Però c’è anche un’ambiguità, perché noi siamo contrari alla democrazia dei sentimenti come siamo contrari alla democrazia in generale, ma questo dibattito la facciamo un’altra volta.
-A parte suonare, che fate nella vita?
Enrico: Nulla.
Daniele: Io sono commesso in un negozio di dischi.
M: Beh in realtà Enrico è il nostro grafico, io invece sono una specie di geometra.
-Da due anni godete di una discreta notorietà: Tanti premi e riconoscimenti, tanti concerti, recensioni, apparizioni in tv. Questi cambiamenti quanto hanno influito sul vostro quotidiano? Che ne pensate dell’ambiente musicale con cui avete avuto a che fare?
M: Nell’ambiente indie ci si conosce quasi tutti, anche solo il frequentare il Covo, vedere concerti in giro ecc., è un mondo esteso ma non troppo grande.
Certamente è cambiato il fatto che abbiamo un sacco di impegni, son due anni che siamo in giro per l’Italia da Bolzano a Palermo e nessuno di noi era abituato a questo tipo di vita e di ritmi. Dal punto di vista economico invece un gruppo indipendente, anche se vende 7000 copie come abbiamo fatto noi, non è che riesce a fare i soldi, magari…infatti io e Daniele comunque continuiamo a lavorare.
L’ambiente indie lo frequentavamo già prima da spettatori e appassionati, Enrico e Daniele suonavano già in altri gruppi. L’unico personaggio un po’ più famoso con cui abbiamo suonato è stato Mondo Marcio una volta, un’esperienza ai limiti del paranormale…
-La stampa specializzata vi ha paragonato spesso a CCCP e Massimo Volume, confronto secondo me vero solo in parte, alcuni vi hanno persino paragonato ai Post Contemporary Corporation, combo bolognese che in rete ultimamente ha fatto discutere nel bene e nel male.
M (in tono stizzoso): Speriamo proprio di no, di non assomigliarci neanche un pò ai Post Contemporary Corporation!
E: Io non li conosco, che genere fanno?
M: Han titoli tipo “ Bob Marley era un brutta persona”…
E: Beh non han tutti torti…
-Torniamo a noi. A quando il prossimo disco? Continuerete ad adottare la formula di Socialismo Tascabile?
M: Posso giurare che non canterò nel prossimo disco, cominceremo a lavorarci sul serio tra poche settimane appena finito il tour, non abbiamo preso decisioni definite, in qualche modo credo sia inevitabile un’evoluzione del progetto e questo è evidente già nel tour, stasera proporremo degli inediti.
-Per curiosità, ma come ti procuri tutti i wafer Tatranky da lanciare al pubblico che ti servono per un tour?
M: Me li porta direttamente la mia ex ragazza praghese dalla Repubblica Ceca.
C’hai presente il pezzo Defonseca? Parla proprio di lei.
-Prima di andare me ne dai uno? Non li ho mai assaggiati…
Come promesso, ecco il mio esclusivo Tatranky off-concert. Non male, però al contrario di quanto dice lui, io preferisco i Loacker…come si suol dire, “de gustibus…”

(Maggio 2007)
Quattro musicisti dal background completamente diverso in missione nello spazio.
Gli Urania nascono dall'incontro di Giulio Sangirardi, chitarrista storico dei Votiva Lux, con il batterista Mimmo Mellace, ex Parto delle Nuvole pesanti e con la bassista Francesca Baccolini e il chitarrista Gianfranco Riga , entrambi provenienti dal jazz.
La band bolognese "ruba" il nome alla famigerata collana cult , riproponendo così il classicissimo connubio tra psichedelia e immaginario fantascientifico .
Sulla copertina di Kainua, emerge dal nero una porta luminosa, solo all'immaginazione è dato sapere a cosa condurrà. Da quel varco misterioso inizia un viaggio diviso in cinque tappe, un percorso di puro suono strumentale dal mood cinedelico.
Rigore, tecnica, precisione esecutiva ma anche molto istinto. Gli Urania conciliano due fazioni opposte: il progressive e lo shoegaze, il math rock e lo space rock. Le loro escursioni interstellari sono lunghe suite che giocano sul filo dell 'improvvisazione, non a caso l'album, fatta eccezione per Navile,è la registrazione di una serie di esibizioni dal vivo .
Aspettatevi dunque un impatto al vetriolo,in cui il tasso psichedelico è amplificato da riverberi, sibili, ruvidi muri del suono e morbide aperture su paesaggi alieni.
Provenite tutti da esperienze davvero diversissime, quasi agli antipodi. Come avete iniziato a suonare insieme?
Giulio: La mia idea era proprio di sfruttare le diversità per dare un’impronta personale al nostro suono, trovo sia limitante suonare solo con persone che hanno lo stesso retroterra musicale.
A titolo personale posso dire é stato naturale cercare proprio queste persone perchè le conoscevo già e ne ammiravo l'attitudine, con Mimmo poi avevo già collaborato in passato in altre produzioni ed ho aspettato pazientemente che si liberasse da altri impegni per coinvolgerlo nel progetto Urania, con Francesca stavo già suonando da qualche mese...
Francesca: Non per caso. Ci siamo cercati e non è stato amore a prima vista, anzi…
Gli Urania nascono da esperienze precedenti: quella di Giulio coi Votiva Lux e da uno dei fondatori del Parto Delle Nuvole Pesanti, Mimmo; che si sono portati dietro bagagli e esperienze musicali importanti e profondamente radicati nel loro modo di suonare e nell’approccio allo strumento.
E’ stato difficile fondere queste due esperienze che come giustamente dici tu sono agli antipodi.
Oltre alla babele in corso tra Mimmo e Giulio poi, ci si sono messi in mezzo anche due ragazzi inesperti, giovani e amanti del jazz… un bel casino. Conciliare tutto questo materiale a disposizione seppur idealmente stimolante è stato un processo lungo e faticoso.
La cura è stata un anno e mezzo di clausura in una cantina di una laterale di via Saragozza, Via Senza Nome. Non poteva chiamarsi altrimenti, ricorda molto il quartier generale di qualche operazione segreta del tipo Area 51!
E’ stata soprattutto la curiosità dopo le prime jam che ci ha spinto a esplorarci vicendevolmente, è questa la genesi degli Urania. Senza schemi e senza paure, non avevamo un genere da rispettare, perché ora più che mai sono convinta che i generi rappresentino un limite per un musicista.
Il frutto di questa fatica è stata appunto Kainua, un ep di 5 tracce che raccoglie i primi 6 mesi di vita degli Urania.
L’ep si propone come una sorta di “biglietto da visita” che verrà seguito da un album con brani che daranno una visione più precisa di quello che sono gli Urania.
“Magnetar”, “Mojave”, “Juggernaut”…I titoli delle vostre composizioni sono abbastanza enigmatici…a cosa vi siete ispirati e cosa significano?
Giulio: Astronomia, Mitologia, geografia, archeologia, fantascienza a buon mercato..
Kainua il titolo del cd è etrusco ed è il vero nome della città etrusca di Misa nei pressi di Bologna, il luogo mistico più vicino a casa mia..
Juggernaut deriva dalla parola Jagann?tha che in sanscrito significa Signore dell’Universo, il termine è usato per descrivere ogni forza inarrestabile che distruggerà ogni cosa sotto il proprio cammino, è anche uno dei molti nomi del dio indiano Krishna.
Mojave è il nome di un deserto americano.
Le magnetar sono speciali stelle di neutroni con elevatissime proprietà magnetiche, da 1014 a 1015 Gauss. Un recente studio, svolto da astrofisici del Marshall Space Flight Center della NASA, ha appurato che questi oggetti cosmici, che sono in grado di smagnetizzare una carta di credito a una distanza di 150 mila chilometri, sono molti di più di quanto si credeva.
Francesca: La musica detta strumentale ha il potere di creare nelle teste di chi l’ascolta immagini proprie, personali e non pilotabili.
In ogni caso, i titoli hanno sempre qualcosa a che fare con i nostri pezzi…
Sembrate i Primus, , o forse, o forse ancor meglio i Don Caballero, che giocano a suonare i Mogwai…vi ritrovate in questa definizione?
Francesca: E’gran bel complimento…!
Giulio: Però a dire il vero non ci ritroviamo in questa definizione, anche se hai citato tutti gruppi che ci piacciono..ma sai i musicisti non sono mai contenti…e sono spesso molto egocentrici.....per cui trovo che il nostro spettro sonoro sia molto più ampio, certo è che i gruppi citati danno una buona traccia guida a chi non ci conosce.
Altri nomi?
Magma, Gong, Loop, King Crimson, Neu, Police, Radiohead, Pink Floyd, molta musica etnica, kraut rock, elettronica …
Un gruppo di genere completamente diverso con cui fareste uno split?
Sigur Ròs, Kraftwerk.
Che ne pensate degli spazi dove suonare a Bologna? Trovate difficoltà a proporvi ? Cosa apprezzate e cosa no?
Apprezziamo ben poco, se non hai agganci non suoni…è una scena piccolissima e per lo più frequentata da gente con la cravattina da perfetto indie che scimmiotta altre realtà…poco più di nulla…
Come singoli musicisti frequentate da anni la scena locale. Come e quanto è cambiata?
Beh ..mancano i grandi gruppi che c’erano una decina di anni fa, penso ai Massimo Volume, Discipilnatha, Splatter Pink…c’è sempre meno gente ai concerti se non ai grandi eventi…e un po’ meno di originalità fra i musicisti, ma Bologna è peggiorata molto come città in generale, non mi stupisce che lo sia anche sotto il punto di vista artistico…
Avete fatto da gruppo spalla a diverse band, mi vengono in mente i Baustelle e gli Offlaga disco pax, avete qualche aneddoto o episodio divertente da raccontarci?
Con Claudio, il chitarrista dei Baustelle è stato molto piacevole parlare a lungo di chitarre, valvole e amplificatori, ho scoperto un altro “malato” di quello che noi chiamiamo “guitar club”, ricordo anche un festoso balletto dietro le quinte.
Gli Offlaga li sorpassammo in autostrada andando verso la Toscana, sulla Bologna Firenze…sapemmo poi dopo che il loro Fiat Doblò aveva fuso il motore…e arrivarono in forte ritardo suonando per giunta sotto la pioggia, ma avevano comunque il loro pubblico fedele che recitava i testi a memoria…
Nel panorama indipendente italiano quali sono i gruppi che più apprezzate?
Io (Giulio) amo i Baustelle, è stato un onore aprire un loro concerto, il loro ultimo album è un capolavoro , bravi seppur diversissimi anche gli Appaloosa e gli Ufomammut; un altro grande artista è Paolo Benvegnù.
- Un brano che vi piacerebbe coverizzare?
In assoluto “De futura” dei Magma.

(Maggio 2007)
Lambchop: uno strano nome (la traduzione letterale sarebbe “costoletta d’agnello”, NdR) per una strana band. Sono dei musicisti folk o country? Forse no. Sono cantanti pop? Ancora, forse no. Usano strumenti inusuali, creano una musica molto simile al folk, ma non possono essere racchiusi in un’etichetta di genere. Loro ne hanno creata una nuova. Ed ora sono quasi leggendari.
Ecco la nostra chiacchierata con Kurt Wagner:
- La vostra band potrebbe essere considerata una sorta di super gruppo: come mai avete scelto di suonare con un così grande numero di musicisti?
K: Questa è solo la maniera in cui le cose si sono evolute negli anni. È stato un collettivo casuale di persone che hanno deciso di prestare il proprio talento alle canzoni che ho scritto.
Per qualche ragione abbiamo provato a includere il maggior numero possibile di persone per presentare la nostra musica live.
È bello che tu ci veda come un super gruppo ma credo di essere stato l’unica persona ad aver visto noi stessi in questo modo. Sono molto fortunato a lavorare con le persone con cui lo faccio.
- Qualcuno afferma che voi siete una country band: come consideri la vostra arte ed il vostro modo di comporre musica?
K: Semplicemente, penso a quel che faccio come “Qualcosa che mi piace fare”. Devo davvero provare a focalizzare l’idea di “fare” canzoni e lasciare indietro la descrizione di quello cha faccio agli altri.
- Le parole delle vostre canzoni sono spesso molto personali ed autobiografiche (un esempio è l’album How I quit smoking): cosa volete comunicare coi vostri testi?
K: Credo che l’idea di comunicare idee, immagini, sentimenti e stati d’animo differisca da canzone a canzone.
Ci sono molti modi per affrontare le cose da fare e provo a variare l’esperienza per cercare di trarne il maggior piacere possibile.
Visto che scrivo dal mio punto di vista infatti queste esperienze sono personali sebbene cerchi di mascherare e non sottolineare le cose.
- Voi usate molti strumenti che appaiono quasi strani per una band contemporanea. Qual è la motivazione per questa scelta?
K: Quando guardo agli strumenti che molti gruppi usano oggigiorno sembra che le nostre scelte non siano così inusuali.
Forse al tempo in cui muovevamo i primi passi non c’erano molti gruppi indie rock che usavano gli archi.
Però in questo periodo i gruppi usano ogni cosa possibile e immaginabile per creare il suono che occorre per i pezzi che producono.
Ci sono delle frontiere ancora poco attraversate ed è divertente trovare applicazioni per loro ma sembra davvero secondario rispetto a ciò che la canzone vuol dire. La canzone è la guida.
- Il “fantasma” di Leonard Cohen sembra sempre aleggiare sulle vostre teste. Qualcuno dice che voi siete una sorta di eredi di questo leggendario artista. Cosa pensi di questo?
K: Questo è davvero un onore e mi piacerebbe poter essere d’accordo ma Mr. Cohen è un maestro che lavora sulle canzoni per un tempo lunghissimo fino a portarle alla perfezione assolta.
Io devo lavorare ancora molto prima di arrivare a questo livello di raffinatezza. Comunque è una cosa per la quale sforzarsi.
- Quant’è importante l’attività live nell’ambito della vostra arte? Vi piace esibirvi dal vivo?
K: Sì, l’esibizione live è l’altra faccia del song making che, se fatta accuratamente, può essere un’estensione importante e creativa di un’idea o di un suono.
È una cosa che mi piace, anche se devo ammettere che trovo che la programmazione e a logistica di una performance con un gruppo nutrito sia un po’ complicata.
- Come è nata l’idea per il vostro doppio album Aw, c’mon/No, you c’mon?
K: L’idea è nata dalla routine che ho creato cercando di diventare un compositore migliore.
È stata l’occasione per lavorare sistematicamente sulla scrittura per un periodo di tempo e dopo molti errori cercare di trovare speranzosamente qualche buon momento.
- Cosa pensi della musica rock in questo periodo? Credi esistano grandi o promettenti gruppi?
K: No penso molto alla musica rock in questo periodo. Non c’è molto che trovi interessante.
Ci sono molte altre persone che fanno cose belle e interessanti o comunque sono considerati stupefacenti. Ma ci sarebbero troppi nomi da citare.
Scelgo di dire che in generale ci sono sempre persone brillanti ed intelligenti che trovano maniere nuove per esprimere idee e sentimenti senza tempo. Tutto quel che dobbiamo fare è guardarci un po’ intorno.
Potrebbe essere il gruppo che prova nella porta accanto o la band che fa da spalla al gruppo che ci è già familiare. Noi, come ascoltatori abbiamo solo bisogno di essere recettivi verso queste nozioni e i nuovi suoni salteranno fuori naturalmente.
Sono già lì fuori…
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The remodernation of country: Lambchop
Lambchop: a strange name, a strange band. Are they folk or country singers? Probably not. Are they pop ones? Again, probably not. They use unusual instruments, they create a music very similar to folk, but they cannot be defined in a type. They created a new one. And now they’re almost legendary.
Here’s our chatting with Kurt Wagner:
- Your band could be considered a sort of super group: why did you choose to play in a large number of musicians?
K: This is just the way things have worked out over the years. it's been a casual collective of people who are willing to lend the talents to the songs that I've been writing.
For some reason we have tried to include as many people as we can when we try to present our music live.
It's nice that you see us as a super group but I think I've been the only one to look at us in that way. I am very lucky to work with the people that I do
- Somebody says you are a country band: how do you consider your art and your way to compose music?
K: I just think about what I do as simply that "Something that I enjoy doing" I really have to just try to focus on the idea of making songs and leave the describing of what we do to others.
- The words of your songs are often very personal and autobographical (an example is the album How I quit smoking): what do you want to communicate by your texts?
K: I think the idea of communicating idea or images or feelings or moods differs from song to song.
There are many ways to go about making things and I try to vary the experience in order to get more enjoyment out of that experience.
Because I write from my own perspective these experiences are indeed personal though I usually try to mask or de-emphasize that to some extent.
- You use many instruments that look almost strange for a contemporary band: horns, strings, etc. Which is the reason for this choice?
K: When I look at the instruments that many bands are using today it seems like the choces are in fact not so unusual.
There may have been a time when we started way back when there weren't so many indie rock bands using strings for example.
But these days bands are using everything imaginable to create the sound and textures that are needed for the songs that they are creating.
There are still some frontiers that are less traveled and it's fun to find applications for them but it really seems to be secondary to what the song calls for. The song is the guide.
- The "ghost" of Leonard Cohen is always near your heads. Somebody says you are a sort of heirs of this legendary artist. What do you think about this?
K: That is high praise indeed and i wish I could agree but Mr. Cohen is a master who works on songs for a long time refining them to perfection.
I have a long way to go to get close to that sort of refinement . it is something to strive for however.
- How important is live activity in your art? Do you like live exibitions?
K: Yes playing live is the other side of song making which if done with care can be a very rewarding and creative extension of an idea or sound.
It is something which I enjoy though I must admit that i find the planing and logistics of performing with a large group to be a bit of a drag.
- How was the particular idea for your double album Aw c'mon/No, you c'mon born?
K: The idea was born out of an exercise or routine I created in order to become a better writer.
It was a chance to work on the mechanics writing of songs daily over a period of time and allow for many mistakes in order to hopefully find a few good moments.
- What do you think about rock music right now? Do you think any great or really promising band exist now?
K: I don't think too much about rock music these days . there isn't too much going on in that world today that i find interesting.
There are lots of other people making very interesting, beautiful things however they are called that are amazing and there are too many names to mention.
I choose to say that in general there are always bright smart people that will find new ways of expressing timeless ideas and feelings all we have to do is sniff around a bit.
Could be the band practicing next door or the group that is supporting a group that you are already familiar with. we, as listeners just need to be receptive to that notions and of course the new sounds will come.
They are already out there.

(Aprile 2007)
Clinic are a strange truth into UK music: they produce a musical art that could be defined as pop, but their influences, their mix between rock, electronic music, pop and 70’s r’n’r create a big picture that couldn’t be studied in a scientific and mathematical way. We only can listen to them. And permit them to take us in another world. This is Brendan Bourke:
- It seems that in your latest album, Visitations, you have changed your tipical sound: electronic is less important and your music seems to be influenced by 70s' rock'n'roll. What can you say about this?
B: Thank you yes I'd agree it's the most raw and twisted rock and roll album we've recorded. very direct fuzz riffs.
- How can you define your sound and its evolution during your long career? Do you feel like a rock band a pop one or what?
B: Our sound is based on rhythms which are the common thread. I think it's pop music definitely.
- There' s a German band called Klinik. You are almost homonymous. Did you know it? Have you ever heard Klinik's albums? Do you think this strange accident could be harmful?
B: I've not heard klinik but I know there was a 70's Klinic industrial band who had an album called 'Now we're even'.
- An album of yours is called Winchester Cathedral and it sounds often very majestic. Do yout hink there's a correlation between title and content?
B: 'Winchester' is dark and majestic in a surreal way and also very british in it's humour,so yes that is true of our titles.
- Do you listen to contemporary UK music? Are there any bands you like?
B: I dislike most contemporary music.i think it's recorded badly and has little imagination.i do like though archie bronson outfit and shop fronts,who both have an urgency in their sound.
- What do you think about Italian audiences? Many bands say that Italians are the best audience all over the world. Do you agree?
B: Italian venues and audiences have been welcoming to us,especially in Milan. Forward thinking audiences.
- Do you think your sound will continue its evolution with your next releases?
B: It always evolves in a random way. We are recording an electronic album soon,which will be like Popol Vuh, Bill Hailey and The Urinals.
- Your music would be very good for a soundtrack of some kinds of movies. Have you ever tought to create an O.S.T.? Which director would you like to work with?
B: We're actually making a film with the director Jason Evans this year based on the secret life of Liverpool.
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Un meltin’pot musicale: i Clinic
I Clinic sono una strana realtà all’interno della musica inglese: producono un’arte musicale che potrebbe essere definita pop, ma le loro influenze, il loro mix di rock, elettronica, pop e rock’n’roll anni ’70 creano un quadro che non potrebbe mai essere analizzato in maniera scientifica, matematica. Possiamo solo ascoltarli. E permettere loro di trascinarci in un altro mondo.
Questo è Brendan Bourke:
- Sembra che nel vostro ultimo album, Visitations, abbiate modificato il vostro suono tipico: l’elettronica è meno importante e la vostra musica sembra più influenzata dal r’n’r anni ’70. Cosa puoi dirci al riguardo?
B: Grazie. Sì, sono d’accordo, è il disco più ruvido e r’n’r che abbiamo mai registrato, con riff molto diretti e nervosi.
- Come potete definire il vostro suono nell’ambito della vostra lunga carriera? Vi sentite una rock band o un gruppo pop?
B: Il nostro suono è basato su ritmi che sono la base comune. Credo sia musica pop, in fin dei conti.
- Esiste una band tedesca che si chiama Klinik. Siete quasi omonimi. Lo sapevi? Hai mai ascoltato un disco dei Klinik? Pensi che questa strana casualità possa essere in qualche modo controproducente?
B: Non ho mai ascoltato i Klinik ma so che negli anni ’70 c’era un gruppo industrial che si chiamava Klinic e che ha pubblicato un album dal titolo Now we’re even.
- Un vostro disco si chiama Winchester Cathedral e suona molto maestoso. Pensi che ci sia una relazione tra il titolo e il contenuto?
B: ‘Winchester’ è dark e maestoso in maniera surreale e molto britannico per quanto riguarda lo humor. Dunque, sì, quel che tu affermi dei nostri titoli è vero.
- Ascolti la musica inglese contemporanea? Ci sono gruppi che ti piacciono particolarmente?
B: Non mi piace la maggior parte della musica contemporanea. Penso che sia registrata male e che abbia poca immaginazione. Tuttavia amo Archie Bronson outfit e Shop Fronts: entrambi emergono fortemente col loro suono.
- Cosa pensi del pubblico italiano? Molti gruppi affermano che sia il migliore. Sei d’accordo?
B: Il pubblico italiano ci ha accolto benissimo, soprattutto a Milano. Ma basta pensare al pubblico.
- Pensi che il vostro suono continuerà ad evolversi nei prossimi dischi?
B: Si evolve sempre in maniera casuale. Registreremo presto un disco di elettronica, che sarà simile a Popol Vuh, Bill Hailey e The Urinals.
(Aprile 2007)
Che dire? Citando una persona più famosa di noi, si potrebbe affermare che non c’è niente di nuovo sul fronte Verdena.
Molti li vedono come i salvatori del rock tricolore, altri dicono che hanno mandato giù a memoria gli insegnamenti dei ben più blasonati esponenti dell’ alt-rock americano (leggi Sonic Youth, Soundgarden e Dinosaur Jr. su tutti), altri ancora li additano come gruppo di plastica, con poco talento e molta arroganza.
Quello che si sa è che con il loro disco Requiem hanno dato una svolta al loro suono, l’hanno reso più psichedelico, più adulto. Non saranno dei messia ma di certo con gli strumenti in mano stanno dimostrando di saperci fare. Ma…
Dal vivo i Verdena sono decisamente da rivedere. E il concerto dell’Estragon non ha fatto altro che confermare questa sensazione.
Per carità, i suoni sono potenti, le chitarre fendono l’aria con suoni ora acidi ora melodrammatici, ma… cosa manca? Manca quel quid, quella sensazione che ti fa sentire il pathos, quel senso di simbiosi che ti fa sentire empatia con la rabbia, la disperazione e la potenza che il vero rock dovrebbero trasmettere. E non basta vestirsi come dei neo-punk per poter essere tali…
La scaletta del concerto, come da previsione, ha alternato brani estratti dal nuovo disco in studio (come l’ultimo singolo Muori Delay) e vecchi successi, equamente suddivisi tra i tre dischi precedenti (Spaceman, e Luna, per fare due nomi). Tutto molto bello, dunque. Ma vari problemi tecnici (la rottura di una corda della chitarra del frontman Alberto, un non meglio identificato inceppamento al pedale della batteria di Luca e chi più ne ha più ne metta), un impianto luci da festa patronale, un atteggiamento ai limiti dell’insopportabile, privo di feedback col pubblico, momenti di dialogo, o semplici evasioni dal fastidioso atteggiamento autocostruito da rockstar improvvisata hanno decisamente rovinato l’atmosfera. E il pubblico ne ha risentito: mai visto un Estragon così freddo e poco partecipe.
Insomma, nulla da dire sulla musica in sé, anzi. Però, quando ci si ritrova ad avere le medesime sensazioni sia partecipando ad un live sia quando si ascolta un cd distesi sul proprio letto in camera vuol dire che qualcosa che non va c’è. Forza ragazzi, potete fare molto di più.

(Aprile 2007)
Gli Ultravox sono il gruppo che visse due volte. Molti conoscono soprattutto la loro fase pop- eighties, quella di “Dancing with tears in my eyes” e “Hymn” per intenderci; i pur sempre grandissimi Ultravox dell’electropop danzereccio e sofisticato che dall’alto delle charts cullava in pista il viveur del sabato sera, mondano e decadente esponente di quella che viene ricordata come l’era New Romantic.
Eviteremo dunque di approfondire questa pur fondamentale fase per parlarvi invece dei primi tre album degli Ultravox, quando la leadership al posto del bravo Midge Ure apparteneva a un personaggio del calibro di John Foxx.
“I Velvet Underground del punk”, li definirono. E non a torto.
Facile capirne il motivo. Se dietro ai Velvet c’era un personaggio come Wahrol che dava man forte a gente come Lou Reed e John Cale, dietro agli Ultravox si celava lo zampino di un altro genio dalle capacità preveggenti, Brian Eno, indiscusso modello della band nonché suo pigmalione.
All’origine del sound degli Ultravox da una parte c’era un richiamo al glam innovativo ed espressionista dei Roxy Music – in cui capeggiava lo stesso Eno- dall’altra una capacità di respirare le nuove tendenze e anticiparle dipingendo un mondo umano sempre più ridisegnato dalla tecnologia e inevitabilmente destinato alla deriva, tema che sarà il perno di tutta la new wave.
L’aspirazione era fondere l’attitudine punk con l’art rock.
John Foxx, da gentleman tormentato quale era, tendeva a incanalare la rabbia e la violenza insita nella sua musica in arrangiamenti sofisticati, ricchi di incursioni elettroniche e venati di un romanticismo esistenziale molto distaccato e a tratti teatrale, punto di raccordo tra il glam futurista di Eno , la Berlino di Bowie e la visione disincantata e modernista dei novelli- e futuri- new wavers.
Nonostante l’aspetto emaciato che richiamava l’iconografia punk, Foxx era in realtà un dandy metropolitano di gran classe piuttosto che un irruento e depravato provocatore, tanto che finita l’esperienza con gli Ultravox inaugurerà la carriera solista indossando i panni del sobrio autore electropop con freddi capolavori quali “Matematic” e “The Garden”. Il suo era un nichilismo che si nutriva di ragione e analisi più che di istinto e visceralità.
L’avventura iniziò nel più classico dei modi: un annuncio su Melody Maker.
Siamo nel 1974 e il giovane studente d’arte londinese Dennis Leigh- aka John Foxx- cerca insieme al chitarrista Steve Shears un batterista e un bassista, che da lì a poco avrebbero trovato un’identità in Warren Cann e Chris Cross, cui si aggiungerà Billy Curie, elemento fondamentale grazie al synth e al violino. Il singolo di debutto “Young Savage”, nonostante l’approccio rudimentale contiene già l’abbozzo degli elementi che caratterizzeranno i due lavori a venire, ossia quel mix spiazzante di glitter alla Bowie e furia punk. Siamo nel 1976.
Il primo LP degli Ultravox (anzi degli Ultravox!, così come si facevano chiamare in quel primo periodo) vede la luce poco dopo e si intitola semplicemente “Ultravox”!
L’idea è quella di riscrivere la storia del rock anni Cinquanta e Sessanta secondo una "contorta ma uniforme alchimia di melodramma alla Roy Orbison, crudezza Stones o Velvet, testi alla Bowie/Bolan" (la definizione è di Warren Cann).
Cover memorabile che sa già di classico nella sua essenzialità: irrigiditi in una posa da manichino, i cinque sono fotografati frontalmente appoggiati a un muro, un’insegna al neon scarlatta li sovrasta, il loro stesso nome.
E’ancora l’immagine di Bowie a fare capolino tra i solchi del vinile e a ispirare le pose di Foxx, contendendosi il posto d’onore con Eno e Ferry. Tra ballate di chiara ispirazione Roxy Music (dopotutto è Eno il produttore) si fanno strada le ossessioni di Foxx: la macchina, il robot, l’isolamento, gli scenari preconizzati da Aldus Huxley e James Ballard.
Oltre ai modelli forti sopracitati, musicalmente “Ultravox!” è uno strano innesto tra certa cultura musicale europea dei primi anni settanta – dai Neu! ai Kraftwerk- e la cultura underground americana che trovava il suo epicentro a Manhattan.
E’impossibile ascoltare “Wide Boys” o l’epica “The Wild, The beautiful and the Damned” non pensando ai Television e a tutta la Blank generation. Ma è anche impossibile non intravedere in “The lonely Hunter” o “Dangerous Rythms” l’operazione contaminatrice tra Black music e rock portata all’apice dai Talking Heads. A dominare e a fare da collante a queste molteplici suggestioni era però il carisma tutto europeo di Foxx, androide contemporaneo dal cuore umano e autore-interprete magistrale rimodellato sulla figura androgina del duca bianco. I capolavori dell’album, “I want to be a machine” e “My sex”, non sarebbero mai esistiti senza la sua voce e la sua maschera.
La prima era una decadente ballata psichedelica che si apriva secondo i dettami del primissimo Bowie per poi inerpicarsi in un crescendo di sette minuti sempre più struggenti.
Foxx è algido, lucido, implacabile, visionario. E’ l’uomo che sta divenendo computer e viceversa.
Let's run to meet the tide tomorrow
Leave all emotion dying there
In the star cold beyond all of your dreams
I want to be a machine.
“I want to be a Machine” era innanzitutto la citazione di un famoso motto di Andy Wahrol (The reason I'm painting this way is that I want to be a machine and I feel that whatever I do and do machine-like is what I want to do).
Lo straniante synth-traitement, il violino metafisico e maestoso di Curie, che sul finale perde il controllo in una corsa impazzita e destinata allo schianto, gli assoli laceranti di Shears, ogni singola partitura contribuisce al pathos di questo pezzo eccezionale per il modo in cui sa costruire passo dopo passo il delinearsi di una visione delirante, di una trasformazione genetica che genera eccitazione ma anche angoscia.
“My Sex”, singolo posto a chiosa dell’album, è invece pura poesia urbana sul rapporto con le proprie pulsioni in un corpo divenuto macchina.
My sex
Is a fragile acrobat
Sometimes I'm a novocaine shot
Sometimes I'm an automat.
La mutazione è avvenuta, Foxx recita con gesti e voce da marionetta il suo essere in bilico tra carne e artificialità, adagia il recitato sulle note scarne di un pianoforte, il battito della batteria simula quello del suo cuore da automa che un mini-moog al ralenti fa sfumare in un loop infinito.
La regia di Brian Eno è evidente e il risultato è uno dei più felici brani della storia del rock, tanto che un geniale- e aimè, poco noto- cantautore di casa nostra, Fausto Rossi- aka Faust’O- ne sarà così folgorato da riprenderne il testo e rielaborarlo abbastanza fedelmente in italiano
Il mio sesso non ha sogni
non si sente proprio uguale
ai grattacieli eretti in nome suo
A volte me ne accorgo
a volte mi sorprende
a volte penso sia solo un robot.
Le premesse per un nuovo LP che si discosti ulteriormente dagli elementi ancorati alla tradizione e alle tendenze d’oltreoceano presenti in “Ultravox!” ci sono tutte e non mancano di concretizzarsi in quello che è senza dubbio uno dei più freschi ed originali album del periodo, l’eclettico “ha ha ha” datato 1977.
Foxx ha introiettato la lezione dei maestri fino a farla completamente propria. Tra il polo del glam rock cabaret (l’apertura di “Rock Wrock” ne è l’esempio lampante) e quello del punk ormai esploso definitivamente (la trascinante “Fear in the Western world”), la ricetta dei cinque londinesi diventa più complessa sia concettualmente che dal punto di vista esecutivo.
In “ha ha ha” infatti l’apporto dell’elettronica diventa determinante e serve a definire in direzione innovativa il sound degli Ultravox, che dietro l’impatto esplosivo celano dal punto di vista compositivo un’anima barocca che è l’antitesi dei tre accordi punk e li avvicina con netto anticipo alle esperienze del variegato universo post punk.
Accade così quello che nessuno avrebbe mai immaginato: l’astrattismo gelido dell’elettronica di due scuole molto diverse (Eno-Kraftwerk) si sposa con un modo di suonare rock’n’roll spinto fino alle estreme conseguenze, che si diverte a spingere e mollare l’accelleratore e che ama esagerare costellato di iper riff chitarristici (vedi “Distant Smile”).
E’un intreccio di sintetizzatori invece a rendere unica “The man who dies everyday”, una marcetta fintamente smaliziata scandita dall’inconfondibile parlato meccanico di Foxx quanto da un basso disco-punk preciso come un cronometro. Ballata cyborg per derelitti umani, “The man who dies everyday” è la radiografia della decadenza moderna portata sulla pista da ballo, un manifesto sull’uomo nuovo decisamente asettico, depurato da ogni traccia di pathos.
I mitici Devo coglieranno il messaggio e acutizzeranno lo sguardo cinico sull’ “uomo che muore ogni giorno” con la loro teoria della De-voluzione, per mutarlo in uno sguardo spietatamente ironico quanto distaccato.
Ma ecco che quel pathos ritorna più violento e massacrante che mai nell’art-rock di “Artificial life”, con un Foxx che rimossa la maschera dell’automa ritorna nei panni che più gli calzano a pennello, quelli del crooner-punk appassionato, capace di lasciar trapelare l’emozione senza mai perdere il controllo, accompagnato da uno Shears in stato di grazia, artefice di un incedere epico senza precedenti e soprattutto di una chiusura mozzafiato, nevrastenica e iper cinetica all’unisono con gli altri strumenti.
La tensione si dipana nell’incedere di “While I’m still alive”, sketch in salsa disco-punk da bettola londinese, che lascia il posto a “Hiroshima mon amour”, canzone cult ispirata al film di Resnais così come se lo immaginava John Foxx prima ancora di vederlo.
Stacco netto rispetto al resto dell’album, “Hiroshima mon amour” è uno dei massimi esempi di come il gelo emanato da strumenti algidi per definizione –synth, drum machine, tastiere- possa mutarsi nella materia di cui sono fatti i sogni, complice il sax di Chriss Cross.
Somehow we drifted off too far
Communicate like distant stars
Splintered voices down the 'phone
The sunlit dust, the smell of roses drifts, oh no
Someone waits behind the door
Hiroshima mon amour.
E’questa la via che intraprenderanno gli Ultravox a partire dal prossimo album, spiazzandoci ancora una volta. La via del sintetizzatore a scapito del punk e a favore di un suono sempre più sofisticato e pop.
“Systems of Romance” del 1978 è l’ultimo capitolo della saga inaugurata da John Foxx, è anche l’album che vede l’uscita di Shears e il reclutamento del nuovo chitarrista Robin Simon come il fondamentale passaggio dalla gloriosa produzione di Brian Eno a quella di Conny Plank, personaggio influente ai tempi del Krautrock.
Disco fondamentale per tutto il decennio a venire, caposaldo della musica new romantic, “Systems of Romance” è un disco austero, dai lineamenti dark, quasi l’antitesi di “ha ha ha”, ma non smentisce la passione della band per il barocco.
Da androide glam-punk a malinconico cerimoniere new romantic, Foxx cambia timbro vocale incupendolo e divenendo un punto di riferminento per ogni waver anni ottanta.
La svolta mittleuropea è percepibile sin dalla classicissima apripista “Slow Motion”.
I ritmi si fanno più compatti e metronomici, la chitarra di Robin vira verso la psichedelia e il Bowie berlinese (papà Bowie è sempre onnipresente, vedi “Maximum acceleration”) e le tastiere fendono i pezzi secondo i dettami della musica cosmica.
Affianco a pezzi electro rock al neon di matematica bellezza come “Blue Light”, ecco comparire la matrice della Black Celebration dei Depeche Mode, l’oscura “Dislocaton”, ai cui antipodi ritroviamo la danza robotica alla Devo di “The quiet man”, cui si ispireranno i primissimi Simple Minds.
La finale “Just for a moment”, una sorta di “My Sex” degli anni ottanta, è quasi commovente e circondata da un’ aura sacrale se si pensa che Foxx la cantò in un gelido mattino nei pressi di un granaio attiguo allo studio di registrazione, quasi un suo profetico addio alla band.
Atmosfera metafisica, il moog attraversa l’aria:
Talking in the window as the light fades
I heard my voice break just for a moment
Talking by the window as the light fades
I felt the floor change into an ocean
We'll never leave here, never
Let's stay in here forever
And when the streets are quiet
We'll walk out in the silence
“Systems of romance” è dunque un disco imprenscindibile, chiave di volta dello stile di un’epoca, la cui originalità è stata offuscata dai tanti cloni che qualche anno dopo avrebbero invaso il mercato e dalla stessa rinnovata produzione della band, da lì a poco sotto contratto con la Chrysalis e destinata al successo planetario sotto l’egida di Midge Ure .
Le poche vendite infatti costrinsero la Island ad abbandonare il gruppo, Foxx dal canto suo intraprese una coraggiosa carriera solista ricca di soddisfazioni personali ma troppo aristocratica per fruttare economicamente.
Il trittico “Ultravox!”-“ha ha ha”-“Systems of Romance” è stato ristampato in tempi recentissimi corredato da ricche bonus track, per un ascolto immediato invece potete come sempre consultare myspace, dove trovate quattro classici rappresentativi di ogni singolo album che abbiamo trattato: “My Sex”, “The man who dies everyday”, “Hiroshima mon amor” e “Slow motion”.
(Aprile 2007)
LCD Soundsystem, il combo elettro-punk-funk fondato dal produttore James Murphy, ha incendiato il Rolling Stone di Milano in occasione della sua unica data italiana. Ad entusiasmare i fans i classici “Daft punk is playing at my house”, “Tribulations” e il recentissimo lp “The sound of Silver”. Un’ora e mezza di ritmo e movimento senza soluzione di continuità.
Aria da bravo ragazzone, qualche chilo di troppo fasciato da una t-shirt non proprio della misura giusta , barba incolta di pochi giorni: la curiosità di vedere un personaggio così anti-divo come James Murphy alle prese con la scena è forte dal momento in cui l’immaginazione lo colloca più facilmente sul divano di un qualsiasi modesto monolocale newyorkese, magari intento a bere birra e ingurgitare patatine fritte e hot dog davanti alla tv.
Non lo si può di certo definire un animale da palcoscenico, eppure l’uomo della DFA, complici gli eccezionali musicisti che lo accompagnano nell’avventura targata LCD Soundsystem, (riconosciamo Joe Goddard, il chitarrista degli Hot Chip e la fedele vocalist asiatica Nancy Whang) ha grinta da vendere e a renderlo unico è proprio quel contrasto tra un’immagine che è la negazione della rockstar e l’energia irrefrenabile che è capace di trasmettere al pubblico in uno spettacolo che rinvigorisce la cultura del dance floor con puri momenti di rock al fulmicotone. Ritmo è la parola chiave. Il cuore di LCD Soundsystem è bianco e nero, è punk e funk, è elettronica sintetica e rock viscerale. Nulla di nuovo sotto la luce del sole insomma, ci avevano già pensato alcuni nomi illustri agli albori degli anni ottanta e ancor prima Brian Eno e i Talking Heads…però che classe, che stile. Impossibile resistere.
Murphy ha accolto nella sua musica tutto ciò che più ama fregandosene a volte anche della sfacciatagine con cui elargisce citazioni e omaggi, lasciandosi per questo perdonare. Perché prendersela per un giro di moog preso pari pari da “We are the robots” dei Kraftwerk in “Get innocuous”, o perché scandalizzarsi se “New York I love you ”, malinconica quiete dopo una tempesta di beat e danze durata più di un’ora e mezza, è una ballata un tantino troppo debitrice ai bassifondi di Lou Reed?
Nelle fattezze impacciate del cantante- produttore-dj, ecco concentrarsi in un colpo solo il singhiozzo aristocratico di David Byrne, il biascichio post-punk di Mark E. Smith e il timbro cavernoso di Ian Curtis. Non a caso durante il bis spunterà dal cilindro un’inedita e inattesa versione di “No love Lost” dei Joy Division.
A dominare la scaletta è naturalmente il nuovo “The sound of Silver”, inframezzato qua e là dai cavalli di battaglia del primo album.
Dopo “Us vs Them”, la prima scossa arriva con una versione accelerata di “Daft punk is playing at my house”.
Tanto per affondare il colpo, all’hit d’esordio segue il freschissimo singolo-tormentone “North american scum”, riff ruffiano ma impossibile da assecondare, soprattutto con le gambe.
Ma il gioco si fa serio quando parte il synth di “Tribulations” e la platea si trasforma in un delirio di mani e piedi impazziti, un unico coro a far risuonare l’eco nel locale.
Un ragazzo riesce a salire sul palco ma la security lo rimette prontamente al suo posto, Murphy con fare paterno esclama in inglese “siete fantastici , ma non fatevi male” .
A seguire, la sarabanda house “Beat connection”, l’esplosiva furia punk di “Movement”, valorizzata dall’amplificatore della chitarra sparato al massimo e una versione mozzafiato e parecchio “extended” di “Yeah” , con un Murphy ormai completamente calato nella parte di gran cerimoniere della serata e intento a martoriare la batteria senza ritegno su quello che è il brano-mantra del genere.
Il canovaccio è noto: il tiro funk-wave esplode nella maggior parte dei casi in assoli distorti e tripudi di effetti sintetici da modernariato anni ottanta, forse troppi e troppo particolareggiati per essere resi appieno dall’acustica del locale (“On repeat”, “Thrills”) ma forgiati quel che basta da strumenti e mixer per rendere il groove degli LCD senza sbavature. Anzi, se in studio il coté elettronico tiene sempre sotto controllo quello più abrasivo, nel live i ruoli si invertono e tutto tende ad andare meravigliosamente sopra le righe: l’attitudine punk straborda nella disco, il ritmo spinge l’accelleratore e non abbassa mai la guardia, anche tra un pezzo e l’altro.
Sopravvalutati, ruffiani, furbi… però che classe, che stile. Non chiamatelo revival.
LCD soundsystem è la dimostrazione che tutto ciò che è già stato detto e fatto può essere riattualizzato e stare al passo coi tempi, schivando ogni forma di nostalgia per divenire puro divertissement confezionato con mestiere e molta passione.

(Marzo 2007)
Ebbene si, la fase post ibernazione è finita. Il mitico duo più amato degli anni ottanta ha pronto un nuovo album in uscita a fine Marzo, “Mondovisione”, nato dalla collaborazione con Boosta dei Subsonica e contenente inediti più un’entusiasmante cover di “Girl U Want” dei Devo in spagnolo. Il singolo di lancio, “La Musica Elettronica”, lo trovate già in tutti i negozi di dischi, ma se proprio non potete aspettare potete ascoltarlo su www.myspace.com/righeira1983 .
Nel backstage dell’Estragon abbiamo conosciuto Johnson e Micheal, che con grande disponibilità ci hanno conceduto una lunga intervista, o meglio, un’ interessante chiacchierata.
Insomma, zitti zitti avete fatto un disco nuovo…non ce l’aspettavamo mica.
Micheal: Siamo sorpresi noi di aver fatto un disco nuovo quindi non mi sorprende questo stupore.
Sono 14 anni che non facciamo pezzi nuovi e quindi è davvero un evento. È strano perché stasera per esempio ho detto “facciamo un disco nuovo” e il pubblico risponde “non ce ne frega un ca**o, vogliamo i pezzi vecchi”, poi per la strada magari ti chiedono “allora quand’è che fate un disco nuovo?”…comunque penso fosse proprio ora di farlo …
E’ anche vero però che tempo fa avevate detto “perché fare un disco nuovo quando si hanno già tanti bei vecchi pezzi?”
M: Questo è vero e me ne assumo le responsabilità. Pero sai è giusto anche contraddirsi.
“Perché ostinarsi a farsi dei pezzi nuovi quando si hanno già tante canzoni belle?”:
per lo meno Baudo la pensa così, dice che vuole ritornare all’antico perché gli italiani hanno bisogno di canzoni di cantare, di canzoni che rimangono, ce ne sono gia tante rimaste, perché farne di nuove?giusto?
…Soprattutto se poi nella maggior parte dei casi non sono un granchè…
M: Lo so lo so, sai…comunque il nostro è un bel disco, d’altronde abbiamo anche una certa reputazione da difendere! Stasera abbiamo presentato “La musica elettronica” che è il primo singolo, nei negozi tra una settimana, e poi abbiam fatto la cover dei Devo, “Girl U want” che è l’unica cover presente nell’album. I Devo sono uno dei nostri gruppi preferiti in assoluto e tradurre liberamente in spagnolo una canzone che già aveva un testo molto strampalato è stato estremamente divertente. L’album uscirà a fine marzo e si intitolerà “Mondovisione”.
Quindi siete sempre fedeli ai vostri temi preferiti, come la tecnologia ad esempio.
Nella vostra poetica c’è sempre questo connubio tra mondo futuribile e romanticismo no?
M: Si si, c’è l’utopia e il disincanto, la realtà e la visione…abbiam bisogno di tutto sai?nel nuovo album parliamo soprattutto del rapporto con la tv, che abbiamo eletto a medium per eccellenza.
E il computer?
M: Con la tv sei obbligato solo a guardare, con i computer puoi fare molte altre cose. Col computer sei tu che lavori, che manipoli la macchina. Con la tv sei destinato alla passività.
Ma c’è sempre il telecomando…
M: Però sai è un potere da poco... Nel disco c’è forse anche un po’ la paura di questa dimensione cosi tecnica che però ha anche il suo fascino. Il bello è stare in mezzo, da una parte pensi “chissà che sarà, dove andremo a finire”, dall’altra però c’è una dimensione che affascina …è bello questo marchingegno che si accende…
Johnson: Del resto il nostro sogno è arrivare un giorno a fare i concerti ognuno a casa sua, a mezzo busto, magari indossando sotto solo mutande e ciabatte.
A proposito di tv, partecipereste mai a un reality tipo “Music Farm”?
J: questa è una domanda che ci han posto spesso. Abbiam avuto la fortuna che fin’ora non ci hanno mai chiamati, non c’han mai cagati…però non lo, sinceramente diciamo che non è un mondo che amiamo, lo sentiamo molto lontano da quelli che sono i nostri gusti, le nostre abitudini e soprattutto il nostro modo di pensare…se ci dessero tantissimi soldi forse sì, però siccome sicuramente non ce li darebbero tanto vale farci il nostro disco, continuare a fare le serate nei club, tornando a proporre delle cose un po’ più vicine allo stile con cui abbiamo iniziato.
Tu Johnson sei anche dj no?
Si, faccio il dj, ma da aperitivi, in situazioni molto tranquille.
E in questo contesto si inserisce la tua adesione al mondo della lounge music?
J: Il passaggio alla lounge risale a un po’ di anni fa quando facevo il dj lounge, poi adesso quando metto dischi seleziono sia cose anni settanta fino ad arrivare al 2000, passando per tutto il resto, da quello che ascoltavo da bambino fino all’elettronica di oggi che più mi piace, quindi non faccio più il dj lounge, metto un po’ di tutto. L’unico comune denominatore è il mio gusto, quindi è anche difficile spiegare la musica che metto perchè cambia a seconda delle serate. Sono un selecter più che un dj, posso spaziare, proporre quello che voglio senza dover scegliere per forza il pezzo che fa ballare la gente, cosa che adesso mi è più facile di una volta perché con gli anni un po’ di paraculaggine si impara..
Che mi dite del riflusso anni ottanta di questi ultimi anni?
J: Io spero che stia finendo perché “ce l’hanno un po’ fatto a fette”, come diceva una mia amica anni fa.
All’epoca gli anni ottanta erano assolutamente bistrattati e maltrattati; noi non siamo soliti guardarci indietro, ma siamo stati costretti a farlo da questo riflusso. Devo dire però che non sono stati così malaccio, parlando dell’Italia è stato l’unico periodo in cui è nato un genere ben catalogabile ed etichettabile chiamato Italo Disco, un genere nuovo con un suono nuovo, elettronico, che nulla aveva da spartire con la canzone all’italiana tutta pizza e mandolino.
In questo senso siete anche stati influenzati molto dalla Neue Deutsche Welle, che negli ottanta spopolava in Europa con nomi come i DAF?
J: In Italia c’era poca roba in quel periodo, i DAF sì, li ascoltavamo molto e ci hanno molto ispirati, erano un po’ i punk dell’elettronica, molto elementari, hanno inventato l’house in qualche modo.
Io li vidi all’Odissea 2001 di Milano all’epoca, gran bell’esperienza.
Ma come mai dal vivo proponete raramente altri pezzi vecchi , a parte i soliti hit?
J: Perché facciamo delle ospitate come stasera , non veri e propri concerti….quando faremo il live sicuramente selezioneremo dei pezzi del nuovo album, magari anche tutti, e può darsi che faremo, oltre ai successi che saremo costretti a cantare tutta la vita, anche altri vecchi pezzi.
Anche “3d” e “Luciano serra pilota” ad esempio?
J: Sicuramente. “Luciano serra pilota” è molto in linea col nuovo corso, come “3d”. Stasera non le abbiam suonate…di solito le facciamo, devi venire a vederci più spesso!
Parlando di vecchi hit, da dove è nato il testo delirante di “Hey mama” (per chi non se lo ricorda, la canzone il cui ritornello diceva: “Hey hey mama, dimmi perché , non posso mai portar le corna quando sono con te”).
J:“Hey Mama” è stata un delirio, in quel periodo ci piacevano gruppi come Afrika Bambaataa, parallelamente avevamo identificato un certo animalismo con questa cosa; loro facevano le corna, erano molto animali, anche nell’estetica usavano molto i simboli, fu un periodo in cui eravamo fissati con le corna, vedevamo corna ovunque, avevamo le visioni….vedevamo un video e paf! Spuntavano le corna! Questa gag venne fuori per scherzo, come d’altronde molte altre nostre trovate e da qui nacque il ritornello. Il testo comunque ha una storia davvero lunga, l’originale tra l’altro era diverso, ancora più delirante. Se mai la riproporremo magari lo faremo col testo originale, che era più divertente, anche se i giovani d’oggi farebbero fatica a capirlo… già facevamo fatica a capirlo noi all’epoca!
Quanto è cambiato il pubblico degli anni ottanta ad oggi?
J: Adesso la cosa strana è che abbiamo un pubblico molto più vicino a quello che ci aspettavamo potesse essere il nostro pubblico di allora. All’epoca fummo travolti da un grande successo, ci trovammo di fronte a un audience con cui in realtà non avevamo molto da spartire e ovviamente il pubblico underground ci abbandonò perché ci considerava venduti e commerciali .
Quelli che invece allora erano bambini e che magari adesso sono un po’ “alternativi”ci amano perchè capiscono che eravamo fuori sul serio, non ci facevamo assolutamente!
In questi ultimi anni vedo ragazzi molto giovani, gente che è nata anche alla fine degli anni ottanta, che conosce a memoria i nostri pezzi; vedere un quindicenne che ti dice “eravate fantastici” ti sorprende molto.
Per molti giovani che da bambini sono cresciuti ascoltando le vostre canzoni, magari può anche essere una sorta di ritorno all’infanzia riascoltarvi oggi…
J: Molti ragazzi parlano di canzoni che la maggior parte della gente non conosce, come “Luciano serra pilota” o “Gli parlerò di te”, quindi vuol dire che non c’è soltanto il fattore ricordo in gioco ma anche una ricerca approfondita, una voglia di andare a fondo e fa piacere che vengano accolte adesso delle canzoni che noi amiamo molto ma che all’epoca non erano le canzoni che potevano darci i maggiori riscontri.
E a proposito, la dolce “Kon Tiki” contenuta nel vostro primo album, a chi è dedicata?
J: Kon Tiki era dedicata a una mia amica che adesso purtroppo non c’è più , era una delusione d’amore come altre. Anche “Bianca surf”, il mio primo disco, nacque da una delusione d’amore. Forse c’è un inprinting in me per le delusioni d’ amore, infatti tutto sommato quando ho una vita sentimentale soddisfacente faccio fatica a scrivere canzoni.
Buon per te quindi se non le scrivi!
J: Non lo so, vedremo, sto cercando di complicarmi un po’ la vita così speriamo di avere più stimoli…
Insomma, siete dei romanticoni…
Perchè no!
Mi piacete pure per questo…anche in “Kon tiki” però avete la visione di un mondo post-nucleare, sintetico.
J: C’è sempre stata, abbiamo sempre avuto questa visione, solo che allora era solo una visione, oggi è la realtà.
Micheal: .Il mondo che immaginavamo allora è quello di oggi. Molti anni fa ad esempio parlavamo già di una rete di computer che avrebbe fatto interagire le persone. La sfida di oggi è vedere se riusciamo a vedere cosa sarà tra vent’anni…..tra vent’anni come ca**o sarà il mondo?
Le trasformazioni che sono avvenute come le giudicate?
M: Se lo guardi con lo spirito giusto il mondo è un bello spettacolo. Lo spirito giusto vuol dire fare la tua vita sereno, significa fare le cose che ti piacciono, lavorare per riuscire a farle, incantarti ma anche avere la capacità di credere in qualcosa, avere delle visioni.

(Marzo 2007)
Cosa possiamo dire riguardo il post rock? È solo una sterile definizione data a un tipo di musica che si autoriduce a mero esercizio di stile oppure è qualcosa, molto di più?
La sola cosa che sappiamo è che il post rock è un modo puro ed emozionante di fare musica. È forse uno specchio dei nostri tempi? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che è una splendida realtà. E gli inglesi Workhouse sono una belle band più rappresentative che incarnano quest’arte.
Ecco cosa ci ha raccontato Mark Baker:
- Voi venite dal Regno Unito: cosa pensate del grande sviluppo di molte (forse troppe) nuove band provenienti dalla vostra terra? Pensate che ci sia qualche buon gruppo da tener presente per il futuro?
M: Ci sono moltissimi grandi gruppi chitarristici e grandi etichette in giro in questo periodo, nel Regno Unito come negli USA e in molti altri stati. Myspace è ottimo per ascoltare gruppi nuovi, soprattutto quelli che non avresti mai potuto ascoltare nel passato. Per quanto riguarda le band a cui potremmo paragonarci, quelle che spiccano maggiormente sono Editors, Ladytron, Sennes, Televise, Doves, Secret Shine, July Skies, Epic 45 e molte altre. La Club AC30 è un’etichetta fantastica che produce meravigliosa new shoegazing ed elettronica.
- Il vostro suono appare come un mix di post rock, elettronica e melodia: riuscireste a definirlo?
M: La nostra musica viene definita post rock perché è atmosferica e principalmente strumentale.
La maggior parte dei gruppi tende a non amare le etichette di genere, ma credo che una descrizione approssimativa dei Workhouse potrebbe essere rock/shoegazing con tocchi di psichedelica. Noi siamo una live band e tutta la nostra musica è creata da quattro persone che suonano insieme. Usiamo un po’ di tastiere e di elettronica nei nostri album ma la nostra musica resta principalmente basata sulle chitarre.
- Come avete scelto il nome della band? C’è una ragione “politica” oppure no?
M: Non so come sia nato originariamente il nome della band. Penso che abbiamo voluto semplicemente trovare un nome che fosse il più possibile deprimente! Abbiamo sempre avuto un pezzo chiamato Work Is Death quando abbiamo iniziato. Forse proviene proprio da quello.
- Un nome su tutti: Mogwai. Ci sono dei punti di contatto tra voi e la leggendaria band scozzese?
M: Veniamo spesso accostati ai Mogwai e credo che ci siano alcune similarità tra la nostra e la loro musica. Loro ci piacciono molto e li abbiamo visti suonare ma non li conosciamo personalmente.
- Avete mai suonato in Italia? Cosa pensate della musica italiana?
M: Non abbiamo mai suonato in Italia ma ci piacerebbe molto. Sembra che abbiamo molti fans in Italia e molti di loro ci conoscono tramite Myspace, il che è molto bello. Sarebbe bellissimo potersi esibire per loro. Ho ascoltato molte band italiane di post rock e shoegazing su internet.
- Il vostro ultimo disco, Flyover, è probabilmente il più completo, profondo e maturo. Cosa ne pensate? C’è un disco o un pezzo tra i vostri che amate particolarmente?
M: Il nostro primo disco, The End of the Pier, è stato registrato dopo diversi anni e alcune tracce erano state precedentemente pubblicate sui singoli in edizione limitata. Credo fosse più di una compliation. Al contrario, i pezzi di Flyover sono stati registrati nella consapevolezza che sarebbero stati pubblicati tutti insieme in un unico album, perciò credo che tutto sembri più coerente, come se le undici canzoni fossero ideate per essere ascoltate tutte insieme. Inoltre in Flyover abbiamo cercato di trarre l’energia e il sentimento del primo disco, ma cercando contemporaneamente di sviluppare il suono. Abbiamo preso le chitarre eteree, la ripetizione e le dinamiche, ma abbiamo aggiunto più cantato, alcuni pezzi strutturati, qualche strumento diverso, e così via. Credo che funzioni!
Benché Flyover possa sembrare più maturo, pensiamo ancora che abbiamo ottenuto un suono un po’ ruvido, il suono di quattro persone che suonano insieme in una stanza. È questo il punto d’incontro del gruppo.
Abbiamo fatto solo due dischi ed è difficile giudicare il proprio lavoro, in particolare Flyover, essendo troppo recente. Penso che Flyover funzioni meglio come album, ma la mia canzone preferita da suonare live resta Ice Cream Van, tratta dal primo disco. Sembra avere una grande spinta ed una grande forza, ma è allo stesso tempo molto sognante.
- Parlando ancora di Flyover: i titoli dei pezzi del disco sono spesso divisi tra speranza (per esempio Shake hands o Look up at the stars) e disperazione (per esempio Coma). Come spieghereste questa tensione?
M: Probabilmente il confine tra speranza e disperazione è labile! I titoli delle canzoni vengono decisi più o meno a caso, forse perché la maggior parte dei pezzi è strumentale. I titoli hanno significato, ma non sempre sono collegati alla canzone cui si riferiscono in maniera ovvia.
- Un’ ultima domanda: quali gruppi o cantanti del passato pensi abbiano maggiormente influenzato la vostra arte?
M: Siamo influenzati da un numero immenso di band, ma queste sono solo le principali: Joy Division, Cure, Talk Talk, The Chameleons, Echo and the Bunnymen, Slowdive, My Bloody Valentie, Durutti Column, Kitchens of Distinction e Ride.
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What can we say about post rock? Is it only an empty definition of a kind of music that reduces it self on a mere style exercise or is it something, much more?
The only thing we can say is that post rock is an emotional, pure way to make music. Is it a mirror of our times? We don’t know. We only know that post rock is a beautiful truth. And British Workhouse are one of the most representative bands that emobdy this new art.
Here’s what Mark Baker told us:
- You come from UK: what do you think about the great rising of many(probably too many)new bands from your country? Do you think there are any good bands to remember in the future?
M: There are many great guitar bands and labels around at the moment, in the UK and US and in many other countries. Myspace is great for hearing new bands,particularly ones you would never have got to hear in the past. In terms of bands that we can relate to, ones that particularly stand out include Editors, Ladytron, Sennen, Televise, Doves, Secret Shine, July Skies, Epic 45 and many others. Club AC30 is a fantastic label that puts out wonderful new shoegazing and electronica.
- Your sound seems like a mix of post rock, electronic and meody: how you can define it?
M: Our music gets defined as post rock because it is atmospheric and mainly instrumental. Most bands tend not to like labels, but I suppose a fairdescription of The Workhouse would be post rock/shoegazing with touches ofpsychedelia. We are a live band, and all our music is created by four people playing together. We do use some keyboards/electronic sounds on our recordings,but our music is mainly guitar based.
- How did you choose the name for your band? Is there a "political" reason or not?
M: I don't know how the name came about originally. I think we just wanted to find a name that was as depressing as possible! We used to have a song called Work Is Death when we first started, maybe it came from that.
- A name: Mogwai. Are there any points of contact between your band and this legendary Scottish one?
M: We often get compared to Mogwai, and I suppose there are some similarities in our music. We really like them and we have been to see them play, but we don't know them personally.
- Have you ever played in Italy? What do you think about Italian music?
M: We haven't played in Italy, but we would love to. We seem to have a lot of fans in Italy, and many of them get in touch with us through Myspace, which is very nice. It would be great to be able to perform for them. I have heard some wonderful Italian post rock and shoegazing bands on the internet.
- Probably your latest album, Flyover, is the most complete, mature and deep one. What do you think about this? Is there an album or a song of yours that you love particularly?
M: Our first album, The End of the Pier, was recorded over several years and some of the tracks had been released as limited edition singles previously. I suppose it was more of a compilation. In comparison, the tracks on Flyover were recorded in the knowledge that they would all be released together on an album, so I think it sounds more coherent, as if all 11 songs are meant to be listened to together. Also, on Flyover, we tried to keep the energy and feel of the first album, but develop the sound at the same time. We kept the ethereal guitars, the repetition and the dynamics, but added more vocals, some structured songs, a few different instruments and so on. I think it works! Although Flyover might sound more mature, we still think we've got quite a raw sound, the sound of four people playing together in a room - we want to keep that, that's the whole point of the band.
We've only done two albums, and it's difficult to judge your own work, particularly Flyover because it's quite recent. I think Flyover works better as an album, but my favourite song to play live is Ice Cream Van from the first album. It feels like it has great drive and power, but it's very dreamy at the same time.
- Talking about Flyover: the names of the album tracks are often divided between hope (for example Shake hands or Look up at the stars) and desperation (for example Coma). How can you explain this fight?
M: Perhaps there isn't much space between hope and desperation! The song titles are decided quite randomly, probably because most of the tracks are instrumental. The titles do have meanings, but they're not always related to the actual song in an obvious way.
- Last question: which groups or singers of the past do you think have influenced your art?
M: We are influenced by a huge range of bands, but these are some of them: Joy Division, The Cure, Talk Talk, The Chameleons, Echo and the Bunnymen, Slowdive, My Bloody Valentine, Durutti Column, Kitchens of Distinction and Ride.
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( 2006)
Chi è Riccardo Sinigallia? Innanzitutto un artista, un uomo che con la sua musica ti colpisce al cuore. Un cantautore che con le armi della semplicità, della melodia, della poesia ti fa riscoprire il bello delle piccole cose, il senso di assoluto che chiunque può ritrovare nel piccolo, nel quotidiano, nella prossimità che, superficialmente, troppo spesso dimentichiamo, che guardiamo senza vedere.
Riccardo ha spesso operato dietro le quinte e lavorato con numerosi artisti italiani tra cui i Tiromancino e, in un fruttuoso scambio di collaborazioni, Marina Rei, per la quale ha scritto il pezzo “Il giorno della mia festa” (tra l’altro interpretato insieme alla stessa cantante sul palco del festival di Sanremo del 2005). Ha poi pubblicato due dischi da solista (il primo, omonimo, datato 2003 e il recente Incontri a metà strada, uscito appena qualche mese fa).
Ecco cosa ci ha confessato in esclusiva per Swan Film Mag.
- Ascoltando il tuo omonimo disco d’esordio e confrontandolo con l’ultimo Incontri a metà strada si nota una netta diversità nella scelta dei suoni: nel primo c’era una presenza molto maggiore dell’elettronica, del sintetizzatore, mentre nel secondo si nota una certa predominanza del piano e in generale, di una componente prettamente acustica. Come spieghi questa evoluzione?
S: Ho sentito fortemente l’esigenza di staccarmi dalle abitudini che avevo ormai da qualche anno nella fase di scrittura. Per un periodo ero talmente ossessionato dalla ricerca del suono che trovavo stimoli soltanto fuggendo dalle convenzioni compositive e quindi mi ero dedicato e mi sentivo stimolato dalla scrittura direttamente con campionatori, synth e editing digitale perché potevo evitare quella che consideravo una gabbia, la scala temperata, e potevo intendere empiricamente l’armonia come semplice insieme di frequenze.
Dopo il mio primo disco da solo ho invece scoperto le frequenze che possono sprigionarsi dalle anime delle persone che suonano – me in primis – prima che dalle macchine. Ho cominciato a studiare il piano e con la chitarra me la cavo, così ho approfondito questo aspetto che forse avevo sottovalutato. Questo mi ha spalancato le finestre della scrittura in tempo reale di musica e testo in un modo che avevo ormai dimenticato e che a trentacinque anni ho riscoperto felicemente.
- Nei tuoi testi si nota una perenne tensione tra elevato e terreno, concettuale e materiale (passi dal parlare d’amore, nel più platonico dei sensi, a concetti come “stress lavorativo”, etc.). Anche il titolo del tuo ultimo disco potrebbe sembrare una metafora del momento in divenire, del limite tra le due tendenze. Qual è la tua vera anima? E, soprattutto, cosa intendi comunicare coi tuoi testi?
S: Non ho intenzioni. Quel limite, come dici tu, è forse il baricentro. Semplicemente cerco di esprimere quello che credo mi venga dettato da qualcosa che accade, come un insieme di coincidenze che mi limito – quando ci riesco e sono in vena – ad ascoltare.
La mia vera anima – come cerco di dire con il testo di “Finora” – non so dove sia, la sto cercando.
Ecco, forse è questa l’unica intenzione che ho con le canzoni, cercare anime…
- Quanto dell’esperienza coi Tiromancino riaffiora a livello compositivo nella tua musica da solista?
S: Riaffiorano in tutte le cose che faccio le cose che ho fatto in precedenza e le esperienze che ho condiviso.
- Hai scritto il testo per la splendida canzone interpretata da Marina Rei “Il giorno della mia festa” e, leggendo i credits del tuo primo cd si nota che lei ha collaborato con te suonando Tumbe e Baby Shaker nel pezzo “Solo per te”. Come è nato il vostro rapporto artistico?
S: Ci conosciamo da molti anni, è una bravissima musicista. Inoltre ha un figlio con mio fratello Daniele e quindi è stata una collaborazione molto naturale.
- A proposito di strumenti, tu nei tuoi pezzi usi spesso strumenti musicali particolari, che si discostano dalla tradizione cantautoriale e, in generale, dall’uso comune nella musica italiana. Questo dipende semplicemente da motivi funzionali o questa ricerca sperimentale ha motivazioni più profonde?
S: Fa parte del discorso espressivo che in questo momento, come spiegavo prima, è ad un giro di boa e sta tornando alla tradizione.
- A parte la promozione del nuovo disco e la conseguente attività live hai nuovi progetti in cantiere?
S: Scrivere… e vivere per scrivere.
- La struttura della tua musica ricorda, per raffinatezza stilistico-compositiva, la produzione di un altro grande della musica italiana, Marco Parente. Hai mai pensato di collaborare in qualche modo con lui?
S: Non lo conosco bene ma so che è molto bravo. Sono molto aperto alle collaborazioni anche se credo che debbano sempre nascere da qualcosa che non sia “professionale” ma umano e quindi da una conoscenza personale o da una grande, reciproca compassione artistica.
- La tua musica, e in particolare i tuoi testi, hanno molto di letterario, di descrittivo, quasi ci si trovasse di fronte a piccoli romanzi in musica. Quanto la letteratura influenza il tuo modo di scrivere? E, più in generale, che genere di letteratura ami?
S: La letteratura ha sicuramente un’influenza nella scrittura anche se io non sono un lettore accanito e preferisco cibarmi di visioni ed emozioni reali, di vita più che di romanzi o saggi…

( 2006)
Difficile, molto difficile ascoltarli in radio o in tivù in programmazione mainstream. Capita a volte di ascoltarli, ad orari assurdi, spesso nel cuore della notte. E forse non è così male, visto che la loro musica sembra fatta apposta per fare da colonna sonora a quelle nottate uggiose e solitarie, in cui sei solo tu, la radio e la tua macchina su una strada deserta.
Possibile che nessuno tra gli addetti ai lavori si sia mai accorto di loro? Forse si. Forse però la loro musica è troppo difficile, troppo intensa, troppo musica da poter essere digerita da chi si nutre di pane e “poppettino”. Eppure chi s’intende di musica non può non conoscerli. Ammirarli. Farsi trasportare dalla poesia che emettono ogni volta che imbracciano i loro strumenti, con il loro nome che rimanda al sole di Barcellona e il loro suono che sembra uscire da un limbo lontano dalle leggi dello spazio e del tempo.
Questi sono i Giardini di Mirò.
E questo è ciò che Corrado Nuccini, chitarrista del gruppo, ha raccontato in esclusiva per Swan Film Mag.
- In molti dicono che il cosiddetto post-rock è morto. Altri ancora dicono che non è mai nato, considerandolo un genere vuoto, un puro esercizio stilistico. Quanto poi sia giusto e produttivo etichettare la musica sotto un genere che spesso è pura nomenclatura ci interessa poco. In ogni caso, qual è il vostro rapporto con questa "evoluzione" del rock?
N: Il post rock ha rappresentato l'inquietudine di fine millennio. In questa dimensione ha goduto di un significato particolare ed unico. Noi siamo usciti da quel periodo e siamo figli di quella attitudine anche se doverosamente rivolti al nuovo. Per il resto chi dice che gruppi come Godspeed you Black Emperor siano stati un puro e vuoto esercizio di stile si merita i Baby Shambles e un bel fuck forever.
- Un nome su tutti: Mogwai. I paragoni tra voi e il gruppo scozzese si sono sprecati, espressi in maniera opportuna o meno. Quanto il vostro sound, concettualmente e a livello realizzativo si avvicina a quello dei colleghi d'oltremanica?
N: Sì, ovvio, abbiamo un sound simile. Vederci per forza una volontà calligrafica è scorretto. All'interno di un humus comune i Giardini hanno sentimenti personali da sviluppare secondo una propria dimensione. Cosi come i Mogwai, credo.
- Il vostro suono, così ipnotico e umorale, fatto di melodie struggenti e improvvise esplosioni quasi rumoristiche, muri di chitarre e momenti di melanconia, unico in Italia, meriterebbe certo ben altra visibilità. A vostro parere, come mai non siete ancora riusciti a sfondare nei circuiti di diffusione canonica (radio, canali televisivi specializzati, ecc.)? Pensate che un mercato discografico come quello nostrano, così legato alle mode usa e getta, alla ricerca dell'orecchiabilità, alla mancanza di volontà di discostarsi dall'egemonia di spesso stanchi e finiti "soliti noti" non sia ancora pronto ad accogliere in maniera definitiva una musica spesso oscura, difficile seppur splendida come la vostra?
N: Discorso complicato. O forse no. Noi siamo un gruppo di nicchia. E non cambierà. Se ci pensi in Italia la middle class, quella dei grandi numeri, è talmente sprovveduta e arroccata su valori di sussistenza agiata ed egoista, che non si può sperare che abbia slanci d'apertura verso forme artistiche che vadano al di là di ciò che viene inculcato dai media. Ed i media sono come il circo per gli antichi romani. Panem et circenses, la vecchia fola.
Noi comunque siamo soddisfatti della nostra visibilità, siamo persone piene di realismo paesano. Quello che c'è concesso è sempre meglio di quello che non abbiamo raggiunto.
- Allargando il campo, come siete messi riguardo al mercato estero? Di certo in un ambiente discografico come, ad esempio, quello tedesco o inglese, maggiormente abituato a concedere una certa visibilità a musicisti che sperimentano e si discostano dai canoni comuni voi avreste un successo nettamente superiore, quantomeno a livello di diffusione. Cosa ne pensate?
N: Il mercato estero, sopratutto nei paesi che citi, fa riferimento a luoghi in cui la musica rock ha più dignità. Qui da noi è ancora un oggetto misterioso. Percepita come una pratica mimetica su modelli esterofili. Premesso questo non è che all'estero vi sia il paradiso terrestre. C'è semplicemente più preparazione per raccogliere sia i nomi supernoti che quelli sconosciuti. E' poco?
- Ascoltando i vostri lavori precedenti, ad esempio Punk, not diet, o, tornando ancor più indietro, Rise and fall of academic drifting, e confrontandoli, ad esempio, col vostro ultimo, splendido vinile 12" Nato 1, si nota una forte maturazione artistica, una maggiore attenzione agli arrangiamenti, un processo di raffinazione che sembra ancora in fieri e potenzialmente infinito. Nella vostra ormai quasi decennale carriera come giudicate l'evoluzione del vostro suono?
N: Il nostro suono è quello che noi siamo. Che altro c'è? Tra vent'anni se avremo lavorato bene rimarrà il nostro suono non queste chiacchiere sul post rock o sulla depressione culturale italiana. Sbaglio?
- Sia come gruppo che a livello di singoli componenti non avete mai disdegnato collaborazioni con altri gruppi italiani. Quali tra queste vi hanno segnato più profondamente, a livello artistico e umano?
N: Per quel che mi riguarda parlerei dei Massimo Volume. Nell'immediato adoro gli Altro, un gruppo che ha una liricità unica e fulminante. Al terzo posto tutti quelli che sono stati compagni d'avventura, di palco e di speranze, e dico Yuppie Flu, Julie's Haircut, Cut, Perturbazione... etc.
- Avete partecipato, con grande successo, a diverse edizioni del Tora! Tora!, senza alcun dubbio il più interessante festival itinerante italiano. Come giudicate questa esperienza? E, più in generale, cosa pensate di questo progetto e del suo ideatore Manuel Agnelli?
N: Agnelli è una delle poche teste pensati italiane anche fuori dal palco. Non è un caso che questo progetto sia nato, curato e cresciuto a partire dalle sue mani. Ho memoria di tanti grandiosi chiacchieroni, teorici del cambiamento, che poi alla prova dei conti non sapevano neanche allacciarsi le scarpe.
Agnelli è discutibile per certe scelte artistiche, almeno secondo i miei gusti, ma è indiscussa guida carismatica della musica rock italiana degli ultimi anni. Pochi cazzi.
- Progetti per il futuro: qualche nuovo lavoro in arrivo?
N: Terzo album per Giardini di Mirò. In uscita a gennaio. Si chiamerà Dividing opinions. Nove canzoni d'amore, contro il qualunquismo dei sentimenti e delle idee.
Un disco che segnerà i nostri primi dieci anni di storia e lo farà in maniera decisa.
- A proposito di futuro, pensando ai GdM come vedete la vostra musica a livello compositivo? Pensate che il vostro suono continuerà ad evolversi cercando nuove strade o ritenete di aver raggiunto la quadratura del cerchio stabilendovi in un territorio sonoro che considerate totalmente rappresentativo dell' essenza stessa del gruppo?
N: I Giardini non sono mai stati uguali a se stessi. Se prendi tutti i nostri dischi noterai cambi di rotta, stile e suono ad ogni nuovo rilascio. Come ti dicevo i giardini sono il loro suono ed è un bene troppo prezioso per non curarlo. Maniacalmente

( 2006)
Da anni impegnato in diversi progetti, tutti di livello assoluto, dalla pluriennale militanza negli Afterhours, passando per varie pubblicazioni all’interno di gruppi celebri e osannati quali Six Minute War Madness e A Short Apnea, oltre a numerose e notevoli collaborazioni. E’ uno che lavora molto dietro le quinte, oltre a essere uno dei musicisti più importanti del panorama indie italiano.
Xabier Iriondo è un personaggio affascinante, un artista poliedrico e, anche e soprattutto, un uomo incredibilmente disponibile ed aperto, uno che “non se la tira”: abbiamo avuto il piacere di contattarlo, e ci ha concesso un’intervista in esclusiva:
-Dopo l’uscita dagli Afterhours e la militanza con gli A Short Apnea e con i Six Minute War Madness, quali sono i tuoi progetti, discografici e non, per il futuro?
I: SMWM, ASA e Afterhours non sono stati dei progetti consecutivi uno all’altro, ma bensì contemporanei, nell’arco degli anni che vanno dal 1992 al 2002.
Dall’inizio del 2002 ho iniziato a far parte o a sviluppare dei progetti in ambito rock (Tasaday, gruppo storico dell’industrial italiano, attivo sin dal 1981, Polvere, un duo avant/blues/noise insieme a Mattia Coletti, chitarrista dei Sedia, Uncode Duello, il continuum dell’esperienza ASA, sviluppato insieme a Paolo Cantù, mio compagno di avventure musicali da ormai 14 anni) e non (la serie in minicd “MailWallaceSeries”, www.wallacerecords.com, nella quale ho dato una panoramica delle mie passioni strumentali attraverso sei differenti progetti musicali sviluppati in duo/quartetto/quintetto con musicisti di estrazioni differenti, dal folk all’elettronica, passando per noise, free-jazz ed avanguardia).
In questi ultimi anni ho avuto modo di suonare in Italia e all’estero con i progetti che sopra citavo e con musicisti svariati: ZU, Eraldo Bernocchi, Damo Suzuki, etc.
-Ascoltando il suono di SMWM ci si trova dinanzi a un suono tipicamente rock, ma sghembo, a volte dissonante, sempre venato dall’elettronica, soprattutto in splendidi pezzi come “Dolores” o “Uomini cattivi non ho più l’età per lasciarvi vivi”. Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?
R: Le “nostre” (ricorda che i dischi di band sono il frutto di un lavoro collettivo e non di una mente unica) principali fonti di ispirazione in quel periodo sono state molteplici. Ti cito in ordine sparso alcune band che ascoltavamo: Polvo, USMaple, Brainiac, Gastr del Sol, You Fantastic, Colossamite, etc.
- A proposito di ispirazione, qual è il disco che gira più spesso nel tuo lettore in questo periodo?
I: Il cd che sto ascoltando di più ultimamente è IHUNKE di Umeko Ando, cantante della popolazione Ainu (antica popolazione del nord del Giappone, ormai quasi scomparsa), comprato un mesetto fa durante un tour di due settimane in Japan fatto con il progetto musicale Polvere.
- Qual’è il tuo punto di vista riguardo alla musica italiana? Vedi il bicchiere mezzo vuoto (la solita situazione di stasi creativa e distributiva, la promozione esclusiva della musica da classifica) o mezzo pieno (il tentativo di inseguire la qualità, l’uscita da un certo provincialismo, l’inizio di una certa esportabilità anche all’estero)?
I: Penso che ci siano validissime realtà musicali ed artistiche in Italia, dovrebbero essere gli addetti ai lavori (discografici, giornalisti, etc.) ad accorgersene, ma sono sempre gli ultimi!
- Allargando il discorso anche ad altre forme artistiche, quali libri stai leggendo in questo periodo? E per quanto riguarda il cinema?
I: Libri che ho letto negli ultimi due mesi:
Lester Bangs, “Guida ragionevole al frastuono più atroce”, edito da Minimum Fax.
Lester Bangs, “Deliri, desideri e distorsioni”, sempre edito da Minimum Fax;
Giuseppe Fiori, “L’anarchico Schirru, condannato a morte per l’intenzione di uccidere B. Mussolini”, edito da Mondadori.
“C’erano una volta nove oscillatori…”, edito da Teche Rai, la storia dello Studio di Fonologia della Rai di Milano.
Per quanto riguarda i film la lista sarebbe infinita (sono un divoratore di celluloide); se dovessi stringere il campo ad un film contemporaneo direi “Ogni cosa è illuminata” di Liev Schreiber.
- Un’ultima domanda: considerando le tue origini per metà spagnole (il padre di Xabier è basco, NdR), non hai mai pensato di provare a utilizzare lo spagnolo, una lingua non certo utilizzatissima nel campo del rock, per scrivere qualcuno dei tuoi pezzi?
I: Le mie origini non sono propriamente spagnole ma basche. Nel prossimo disco di Uncode Duello (l’uscita è prevista per fine novembre/inizio dicembre) vi è un brano in lingua castigliana (ascoltabile su www.myspace.com/uncodeduello
( 2006)
Come ormai tradizione da un decennio, anche quest’anno il MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti) ha aperto le proprie porte ai numerosissimi visitatori, appassionati e addetti ai lavori per stilare un quadro della situazione produttiva, distributiva e artistica della musica italiana. Come di consueto l’evento si è tenuto all’Ente Fiera di Faenza; la manifestazione si è svolta nell’arco di 2 giorni, preceduta da una giornata di presentazione da parte del sindaco e di eminenti personalità del settore. Il programma si è alternato tra conferenze su vari argomenti inerenti il mondo della musica indipendente, concerti di gruppi emergenti e non, premiazioni e proiezioni di videoclip e video di ambito indie. Nonostante i nobili intenti di valorizzare e rivalutare a livello dei circuiti mainstream la fiorente attività musicale underground italiana, il meeting ha presentato numerosi punti deboli e la solita alternanza tra luci ed ombre che ha caratterizzato anche le precedenti edizioni. In particolare, il riferimento va al tendenziale caos organizzativo che ha portato all’allestimento di un numero eccessivo di avvenimenti in cartellone, contemporanei o con uno scarto temporale troppo esiguo. Se nelle prossime edizioni si riuscisse a diluire un tale carico di proposte culturali e artistiche in un numero maggiore di giorni, questo problema si risolverebbe, garantendo anche ai visitatori di ottenere una più approfondita conoscenza dell’ambiente in questione. E’ indubbio e apprezzabilissimo lo sforzo degli organizzatori, che dovendo rapportarsi con un mondo da sempre ritenuto troppo di nicchia o snobbato sono riusciti a proporre un evento tuttora purtroppo unico in Italia.
Si inizia venerdì 24 novembre con la presentazione ufficiale ed un programma tendenzialmente di carattere burocratico e pubblicitario utile come prologo generale, per poi proseguire con il maggior afflusso di pubblico sabato 25 e domenica 26. Questi ultimi i giorni dedicati alle esibizioni live e, oltre alle conferenze inerenti all’ambito industriale della produzione musicale (una per tutte “il successo di uno spot nell’industria discografica”) a diversi riconoscimenti assegnati ad artisti ed etichette che si sono particolarmente distinti nel loro specifico settore (ad esempio gli Afterhours sono stati premiati come miglior gruppo indipendente italiano distribuito all’esterno, i Baustelle come miglior gruppo italiano in assoluto e l’etichetta Homesleep, rappresentata dal chitarrista dei Julie’s Haircut, che è stat insignita del titolo di miglior casa di distribuzione indipendente).
Le esibizioni dal vivo hanno interessato un numero impressionante di nuove leve della musica italiana, gruppi provenienti da tutte le regioni giunti sui palchi di Faenza dopo diverse selezioni a livello territoriale. Nonostante la possibilità più unica che rara per piccole band spesso autofinanziate e non ancora conosciute dal grandde pubblico di esibirsi davanti ad una seppur piccola folla e, non secondariamente al cospetto di addetti ai lavori, produttori e discografici, tutte le performance sono state fortemente penalizzate dalla location: costretti in capannoni e tendoni dalla pessima acustica e da un impianto tutt’altro che perfetto, i gruppi hanno visto realizzate esibizioni che alla resa non davano il giusto merito al loro reale talento. Il punto negativo del tutto, che vuol essere anche una personale riflessione sulla stasi creativa della musica italiana, è la presa d’atto d’una generale piattezza compositiva: le canzoni si rifanno in maniera ossessiva ad un numero poco vario di generi musicali, riducendosi spesso al binomio reggae/noise.
Le serate della tre giorni sono state invece dedicate a performance live di talenti maggiormente affermati nel panorama nazionale, benchè comunque inscrivibili in un ambito indie: John DeLeo, Riccardo Sinigallia, i Quintorigo, i Rezophonic, gli Amari, Stefano Bollani, ecc.
In definitiva il MEI, pur attestandosi come uno dei più importanti e longevi eventi riguardanti l’ambiente artistico indipendente italiano, conserva un’ambivalenza di fondo: pur propugnando la dichiarazione d’intenti di far uscire dalla nicchia buona parte delle innovative proposte artistico-culturali degli ultimi anni, mantiene esso stesso uno statuto organizzativo di basso profilo che difficilmente gli consentirà di attestarsi in una posizione più elevata all’interno dei mezzi di comunicazione canonica e in generale nella considerazione comune.

( 2006)
Un giorno, forse, li sentiremo “girare” in radio. Ed allora capiremo che la musica italiana è guarita. O meglio, che il concetto comune di “musica italiana” è uscito da una lunga, troppo lunga, gita nell’oblio di un limbo fatto di tormentoni, motivetti orecchiabili, stato comatoso della voglia di sperimentare, cercare nuove strade sonore, rischiare, mettersi in gioco.
Loro, i Joycut, il coraggio di sperimentare lo hanno tirato fuori, tanto e bene. Ovviamente il coraggio senza una dose massiccia di creatività, competenza musicale, tecnica, talento, è poco più che un mero volo pindarico. Ma loro di bravura ne hanno da vendere.
Questi cinque ragazzi, nati in Basilicata e bolognesi d’ adozione ci dimostrano come anche la musica italiana possa essere esportabile, vendibile all’estero, sognante ed “alternativa” (d’accordo, è un termine brutto ed abusato, ma…), come dal nulla si possano creare atmosfere magiche, giochi elettronici trasognati, melodie che ti rapiscono e ti fanno riscoprire la musica di pancia, quella viscerale, quella che ti arriva dritta al cuore senza passare per il cervello.
Qualcuno ha definito il loro stile “rock suburbano di matrice sincretica”. Una definizione, questa, assolutamente calzante sebbene eccessivamente riduttiva. Sincretismo, si dice. E del sincretismo i nostri hanno fatto il proprio vessillo e l’egida sotto la quale proporre il loro personalissimo modo di fare musica.
Ascoltando un disco dei Joycut questo sincretismo viene prepotentemente a galla, palesando l’immane mole di riferimenti ed influenze che affiorano, rielaborati in uno stile assolutamente personale e validissimo: vengono così in mente i primissimi Archive (in particolar modo ascoltando il primo ep, “A fish counter”), così come una buona fetta di brit pop, di quello intelligente (leggi Editors, Bloc Party, ecc.).
Il discorso cambia quando ci si trova a parlare del loro ultimo lavoro, “The strange tale of Mr. Man”, unico disco “canonico” della band.
Il discorso cambia, dicevamo, e si approfondisce, diventa ancor più complesso, articolato profondo, ipnotico.
La voce del cantante Pasquale, profonda e mai sopra le righe, stabilendosi su tonalità che tanto risulterebbero familiari al miglior Robert Smith, accompagna l’ascoltatore in un turbinio emozionale, in cui i suoni si fondono e confondono, si attestano su un cantautoriale rock melodico per poi virare, spesso e volentieri, su lande più squisitamente elettroniche, mai banali e, soprattutto, mai invadenti, in cui i suoni sintetici non sono padroni ma semplici gregari che completano un quadro onirico.
Basti ascoltare la traccia d’apertura, WWM (acronimo per Watching the Washing Machine), un pezzo che, per melodia e stile del cantato, non sfigurerebbe nella tracklist dell’ultimo disco, omonimo, dei Cure (e Robert Smith torna ancora…), oppure la splendida quasi-title track Mr. Man, col suo incedere quasi doloroso, pezzo che ricorda molto da vicino molta della produzione dei migliori Lali Puna (quelli di Faking the books, per intenderci).
Ma sono infiniti i riferimenti che si potrebbero fare, dagli italianissimi Afterhours e Marlene Kuntz (e scusate se è poco!), a figure eterogenee e magari anche lontane dallo stile generale del gruppo (i pezzi più melodici e venati di “joy” ricordano ad esempio gli arrangiamenti sghembi di Badly Drawn Boy).
L’ ultima citazione di merito la guadagna di diritto la splendida ricerca nella sperimentazione linguistica del gruppo, nel tentativo di raggiungere la perfetta mediazione tra contenuto e musicalità nel parlato.
I Joycut saranno presto qualcuno, la musica italiana ha bisogno anche di loro.
I ragazzi diventeranno maggiorenni ed entreranno nel mondo degli adulti, quello di chi conta davvero.

( 2006)
I Perturbazione sono una delle più belle realtà della musica italiana. La loro musica è struggente ed allegra, introspettiva e solare, dolce e amara, come solo l’arte dei grandi poeti sa essere.
Piemontesi di nascita, autori di tre dischi fondamentali per il nuovo pop cantautoriale italiano, saliti alla ribalta anche grazie a diversi videoclip di loro pezzi trasmessi in heavy rotation sulle maggiori emittenti musicali italiane (per esempio il recente “Se mi scrivi” ed “Agosto” del 2002, realizzato a cartoni animati del ed eletto tra l’altro video italiano dell’anno), i Perturbazione sono musicisti a tutto tondo, Artisti con la “A” maiuscola e, soprattutto, menestrelli unici e profondi che, come al solito, meriterebbero ben altra visibilità. Ma questo è sempre il solito, vecchio, sterile discorso…
Questo è ciò che Gigi, chitarrista del gruppo, ci ha raccontato in esclusiva.
- Ascoltando i vostri pezzi si respira un senso di profondissima
dualità: una ricerca melodica quasi sempre eterea, trasognata, leggera unita
a testi che spesso parlano di pura materialità, corporeità, concretezza (tanto per citare gli esempi più palesi, vengono in mente pezzi come "Per te che non ho conosciuto", la mitica "Fiat lux" o "Il senso della vite" da In circolo fino ad arrivare alle ultime "Spalle strette", "Se mi scrivi" o "Dieci anni dopo). Come spiegate questo armonicissimo contrasto?
G: E' sicuramente per completare il tutto che ognuno di noi si porta dentro. Nessuno di noi è un essere umano monocromatico, solo nero o solo rosso splendente. Così ci sono dei momenti di riflessione estrema e magari di disperazione, da cui nascono dei testi e delle melodie piuttosto languidi e malinconici. Ci sono poi dei momenti in cui ci si sveglia con il piede giusto e si riesce ad osservare quello ce ci accade intorno con più ironia e distacco. Da qui nascono le canzoni più 'disimpegnate'.
- Per tornare alla splendida e straniante "Fiat lux"... come vi è
venuta l'idea per un pezzo così strano, una manciata di secondi di pura melodia quasi melò che subito dopo si evolve in un'esplosione arrabbiata, quasi punk - in un pezzo che non arriva al minuto e dieci di lunghezza?
G: L'idea è nata dall'urgenza di dire quello che viene urlato nel pezzo. E' tutto vero e non appena qualcuno decide di mettere su casa con il proprio compagno o compagna, si scopre che la favoletta della famiglia felice esiste solo nella pubblicità dei cereali da aggiungere al latte la mattina. Tutto il resto è fatica e richiesta continua di soldi. Così la canzone è una specie di urlo munchiano liberatorio.
- Uno stupendo esperimento: la seconda traccia del cd singolo Chiedo
alla polvere si intitola "Sottopelle". Poi...sorpresa! Ascoltando il cd Canzoni allo specchio troviamo la canzone "Se fosse adesso", stessa identica melodia della prima ma testo completamente diverso. A cosa è dovuta questa scelta?
G: La canzone aveva ispirato Tommy e c. Così scrivemmo due testi paralleli. Quando si doveva decidere quale dei due inserire sul disco non sapevamo uscirne fuori. Nacque così l'idea, suggerita anche dal titolo del disco Canzoni allo specchio di fornire una versione speculare della canzone.
- Cosa pensate della Mescal, l'etichetta che ha distribuito il vostro ultimo lavoro? Considerando che annovera i gruppi più interessanti e (benchè non ancora a livello commerciale) più importanti del panorama italiano, pensate possa farcela a diventare una major, ponendo così alla ribalta mediatica gruppi come voi che, in ogni caso, meriterebbero ben altra visibilità?
G: Mescal è stata in questi anni un'etichetta anomala nel panorama musicale italiano, troppo piccola per essere considerata una major e troppo grossa per essere considerata un'etichetta indipendente. Anche se in Italia si è portati a pensare che tutto quello che è piccolo deve essere indipendente e così il ragionamento non funziona. Allo stato delle cose Mescal ha ceduto il vecchio catalogo alla EMI insieme al nostro contratto e quello di Cristina Donà. Per cui, da questo momento noi siamo a tutti gli effetti un gruppo del gruppo Capitol della EMI.
- Il videoclip di "Se mi scrivi" (con protagonisti Marina Massironi e Carlo Lucarelli) è un gioello di kitsch intelligente e ironia (forte, e allargata anche ai protagonisti). So che la sceneggiatura l'avete scritta voi, come vi è venuta un' idea del genere?
G: Era da molto tempo che volevamo fare qualcosa all'interno del Liceo in cui cinque di noi avevano fatto le superiori. Una sera abbiamo provato ad immaginare cosa sarebbe successo a scuola se la nostra generazione avesse avuto in mano il cellulare. Ci sarebbe piaciuto molto utilizzare un volto già conosciuto per dare vita al professore che sequestra i cellulari. Fantasticando tra noi e noi, ci era venuto in mente il nome di Carlo Lucarelli, sia perchè siamo dei suoi fan, sia perchè aveva scritto un racconto sull'uso dei cellulari. Non avremmo mai pensato che avrebbe accettato. E' una persona squisita e con dei trascorsi punk della provincia romagnola.
- Il titolo e la copertina dell'ultimo disco fanno pensare ad una tendenza alla riflessività, all'introspezione. Quanto pensate che la vostra musica(intendendovi testi e melodie) sia maturata, mutata rispetto al passato?
G: Il problema è forse quello che siamo maturati noi rispetto al passato e quindi riusciamo ad appesantire le canzoni, che nascono come creature leggere, con il nostro pesantore...
- A proposito di passato: come mai è così difficile reperire i vostri
primissimi album (non dimentichiamo che In circolo è già il terzo disco
della band!)?
G: I nostri primi due dischi Waiting to Happen e 36 uscirono per l'etichetta Fardasè On-Off/Beware che vedeva al timone John Vignola. Venivano distribuiti via posta (internet non era ancora così diffusa e i negozi erano irraggiungibili senza una distribuzione). Santeria oggi ha ristampato i due dischi insieme e si possono ordinare su http://www.audioglobe.it
- Tra i vostri colleghi italiani, quali artisti italiani vedete come
prossimi possibili "grandi nomi" - magari esportabili anche all'estero? E
tra i giovani emergenti?
G: E' una domanda difficile perchè alla fine resta quello che resiste. E' costantemente in atto una selezione naturale che non è basata sulla validità artistica delle proposte, ma sul fatto che i soldi in ballo per chi fa musica sono veramente pochini ed è difficile vivere di sola musica. Quindi molti finiscono per perdersi per strada e noi, come ascoltatori, per perdere loro. Io credo che ci siano dei grandi gruppi, alcuni dei quali addirittura non più così giovani, che non hanno mai incontrato il grande pubblico. Vado? Virginiana Miller, Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, Zen Circus, Northpole (che già non ci sono più per il discorso suddetto), Giardini di Mirò, Amari, Yuppie Flu, Paolo Benvegnù, Marta sui Tubi, Bugo, Julie's Haircut, Teatro degli Orrori, Super
Elastic Bubble Plastics, Offlaga Disco Pax, En Roco, Elia, Stefano Giaccone,
One Dimensional Man, e altri cinquanta almeno che ho sicuramente dimenticato di inserire tra i primi.
- La vostra musica, soprattutto a livello dei testi, è da un certo punto di vista assai cinematica. Avete mai pensato a produrre una colonna sonora? E, se sì, per quale o quali film vi sarebbe piaciuto? E, ancor più in generale, amate il cinema?
G: Tocchi un tasto dolente perchè è una di quelle cose che ci piacerebbe
talmente tanto fare che abbiamo finora creato uno spettacolo dal titolo 'Concerto per disegnatore e orchestra' che ci permette di musicare un
film da noi creato dal vivo in animazione. Oppure quest'estate abbiamo
fatto la sonorizzazione di Maciste all'interno del Traffic di Torino.
- L'ultima domanda è piuttosto stupida ma da fan e per i fans: a
quando il prossimo disco?
G: Se tutto va bene per la prima metà del prossimo anno.

( 2006)
A volte l’arte richiama l’arte, come è capitato al cantautore milanese Toro, che guardando il videoclip di “Come Stai” contenuto in Buoni o Cattivi Live Anthology, ha trovato l’ispirazione per una sua nuova canzone.
Le immagini urban, ma surreali, in cui il protagonista è nascosto, realizzate da Swan per quel videoclip, hanno fatto rifllettere “l’artigiano della musica”, come lui si definisce.
“Ho guardato con attenzione il lavoro che Swan ha fatto per Vasco, perché mi ha incuriosito la sua persona e volevo vedere i suoi lavori, anche per questo mi son posto dei quesiti su ciò che vedevo in Buoni o Cattivi Live Anthology, e, arrivato alla galleria del videoclip Come Stai mi sono chiesto cosa mai ci sarebbe potuto essere fuori, la canzone è la risposta alla domanda”, queste le parole del cantautore che ci racconta com’è nato il singolo "C’eri Anche Te" contenuto nel suo prossimo album.
In anteprima, le parole chiave del brano: “un’occhio mi aspettava fuori da una galleria, per darmi il benvenuto in questo nuovo mondo, piedi che correvano in giro per questo posto”.
Così, mentre il suo primo album dal titolo Toro viene venduto nei Music Store il catautore lavora già sul secondo.
Toro ha scelto Swan e la SwanFilmEurope per la regia e la produzione del suo primo video che ora è in programmazione sui più importanti canali di musica.
Chissà chi sceglierà per la regia di "C’eri Anche Te".

( 2006)
Pasta, Dariella e Cero sono tre ragazzi avviati alla trentina e cresciuti come tanti loro coetanei facendo zapping negli anni ottanta e metabolizzando quintalate di musica, dal Battisti adorato da mamma e papà all’hip hop rappato con gli amici in una cameretta, sino alle nuove frontiere dell’indie rock. “Gran Master Mogol”, loro secondo album, è già un disco di culto. Sarà che odora di manifesto generazionale, sarà che è un piccolo miracolo all’interno della discografia italiana. Era da tempo che qui in Italia il pop non trovava la sua dimensione ideale, gli Amari ce l’hanno fatta, e convincono sin dal primo ascolto.
Perché oggi saper fare pop di qualità significa capacità di sintesi ed arte del pastiche, significa pescare qua e la nei generi più disparati con sfrontata audacia senza inciampare nella pesantezza di velleità intellettuali, è incanalare la voglia di sperimentare in percorsi accessibili a tutti. Il pop (quello cattivo) il più delle volte è comunicazione veloce che resta in superficie per la smania di essere un prodotto di massa, adempiendo così ad una mera funzione usa e getta; in altri casi invece, pur rimanendo fedele a tale status che mette la fruizione immediata in primo piano, arriva a raggiungere corde profonde, forgiando un ritornello ad arte che inneschi la miccia del pensiero anziché spegnerla. Il pop degli Amari, come quello che fu della coppia Mogol-Battisti (in particolare penso alla produzione tra i ’70 e gli ’80) , appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Come si suol dire è pop intelligente, che sa divertire e fa venir voglia di ballare e fischiettare per strada senza per questo addormentare i neuroni.
Ed è musica che guarda al futuro nonostante rimandi continuamente al passato, all’infanzia ed ai suoi suoni rassicuranti. Come a dire che il tracciato di una generazione non può che partire da lì, dai rumori che circondavano chi è cresciuto davanti a un monitor giocando a Pac-man o a Tetris o pistolando la sua pianolina Bontempi.
Da quei suoni prendono vita melodie che si fanno strada fra ardite trame elettroniche, strizzando un occhio a Casino Royale e Max Gazzè, volendo restare in Italia, perché se andiamo all’estero i riferimenti a cui i tre farraginosi friuliani si appellano sono davvero tantissimi: Clouddead, Notwist, LCD Soundsystem, Gorillaz, solo per citarne alcuni.
Un concentrato coloratissimo ed originale, cornice di liriche che chi è nato dall’era punk in giù potrà capire forse meglio di altri: dalla rivoluzione pantofolaia e disfattista di “Bolognina Revolution” al tormentone di “Conoscere gente sul treno”, fino ai gesti pre uscita serale descritti puntigliosamente in “Campo Minato”, gli Amari parlano di una generazione disillusa, cresciuta sola, davanti a uno schermo, e destinata come in un film del primo Moretti alla solitudine, ma senza mai sottolineare troppo il lato inquietante della questione, lasciandocene solo percepire il fondo di amarezza. Con il sereno disincanto di chi si avvia a diventare adulto.
Di seguito un’intervista in esclusiva per Swan Film Mag:
-Siete reduci dal MEI, dove avete imbastito una mini-performance pomeridiana.
Da musicisti indipendenti e fondatori della Riotmaker, che ne pensate di questo meeting, quali sono i suoi pro, e, se ne trovate, i contro?
A: Forse questo evento ha perso lo smalto e l’entusiasmo degli esordi...e forse soprattutto l’urgenza ma resta pur sempre una buona vetrina soprattutto per le band meno esposte…forse i contro stanno nel modo in cui vengono gestite le risorse...credo che mediamente i costi di partecipazione per una piccola etichetta indipendente siano un po’ proibitivi e poi sì. è un contesto un po’ caotico forse…ma tant’é noi come artisti ci siam trovati bene e ala fine siam più che soddisfatti.
-Siete partiti dal rap e con Gran Master Mogol siete arrivati a un modo di intendere il pop e l’elettronica che travalica i confini nazionali e vi avvicina a nomi quali Notwist, Boards of Canada, Gorillaz ecc, divenendo in brevissimo tempo una band di culto anche per il ragazzino indie occhialuto che non ha mai ascoltato hip hop. Parlatemi un po’ di questa evoluzione.
A: E’ stata una cosa naturale...in fin dei conti forse è nata anche nel tentativo di emanciparci come musicisti...nel senso che inizialmente gli amari era un duo rap ma con provenienze da band “tradizionali” pur sempre legate alla scena crossover dei metà ‘90... non appena abbiam capito che col rap eravamo a nostro agio abbiam deciso di riabbracciare gli strumenti e fare noi la musica che di solito nel rap veniva decostruita e ricostruita attraverso l’uso dei sample. Volevamo cucirci addosso la nostra musica...
L’ascolto completamente eterogeneo di mille musiche differenti è sempre stato il carburante e il punto di fuga del nostro progetto...però che sobrietà in questa intervista!..vediamo di rifarci nella prossima risposta…
-“Conoscere gente sul treno” è un inno al club di “chi ammira il cielo” da quel piccolo universo mobile di storie incrociate che è appunto il treno. Qual è il vostro rapporto col viaggio e chi è il compagno ideale con cui partireste?
A: Ultimamente è entrato definitivamente nelle nostre vite il concetto di “furgone”…ovvero il catalizzatore d i stress, affetto, odori innominabili e di nuovo momento di ascolto di musiche e messa in discussione dei gusti all’interno della band. Forse per noi il “furgone” è più importante della sala prove per i rapporti sociali del nostro branco,ehehehe...
Credo che “qualcuno” gradirebbe un tom tom finalmente funzionante come compagno ideale di viaggio...già proprio così.
-L’atmosfera di Bolognina Revolution mi ha fatto tornare in mente situazioni tipiche della vita universitaria da fuori sede, nonché suggestioni all’Andrea Pazienza. Che rapporto avete con Bologna?
E’ possibile una rivoluzione disfattista sul divano, in ciabatte? O meglio, è l’unica rivoluzione che ci è rimasta?
A: Alcuni di noi ci vivono a Bologna, chi da più, chi da meno tempo e come in qualsiasi città universitaria la vita da fuori sede ti costringe a confrontarti prima (magari in maniera ridotta) con situazioni esistenziali che di solito si affrontano solo quando si va a vivere da “soli” e ci si stacca dal “nido familiare” dei propri genitori…ebbene Bolognina revolution parla in realtà di una condizione che è totalmente all’opposto dalla bucolica e spensierata vita dello studente medio universitario, sempre proteso all’avventura, alla sbornia e all’eccesso. B.R. parla della pace dopo la tempesta, del momento in cui trovi la tranquillità per gustarti la vita senza ansie, anche in isolamento se vuoi ma nel tuo vero e proprio “nido familiare”, ricostruito secondo i tuoi bisogni. La convivenza è la condizione autobiografica su cui si sviluppa l’idea del testo. Finchè ci si dimena e si persegue la vita ad ogni costo non si trova il tempo per pensare, per meditare…ovvio che la “rivoluzione” è soprattutto azione e se ci si isola in una stanza è difficile compierla. Da qui nasce il paradosso della “rivoluzione sul divano”, una sorta di reazione nichilista dove una persona invece di affrontare la vita nella sua interezza si nasconde ricostruendo attorno a sé un micromomdo fatto su misura. Prima o poi tocca a tutti questa condizione, se non la si vive è difficile anche condividerla. Bologna è stato uno scenario interessante proprio perché è la città del divertimento “ad ogni costo”, degli eterni adolescenti e forse è più difficile trovare un angolo di assoluta intimità…ma succede, può succedere anche a Tokyo se vogliamo.
-Se prima era d’obbligo parlar male degli anni ottanta, adesso sembrerebbe che è d’obbligo rispolverarli pesantemente e fare un disco che suoni eighties.
In Gran Master Mogol gli anni ottanta ci sono ma non come ingrediente modaiolo mi pare…
A: Certe sonorità le abbiamo assimilate e non ci facciamo più troppo caso…nel senso: è più facile che le operazioni volutamente nostalgiche per noi si manifestano attraverso i suoni e le atmosfere anni ‘90 proprio perché le abbiamo vissute con maggiore intensità…gli anni ‘80 come le decadi precedenti ce le portiamo dentro a livello subconscio; in fin dei conti eravamo dei ragazzini al tempo.
-Ultimamente l’hip hop è diventato (anche ) un fenomeno da suonerie. Vedi il successo di Fabri Fibra o Mondo Marcio. Che ne pensate?
A: Più che altro ormai è la musica intera un fenomeno da suoneria…ma è solo una questione di marketing…chi ascolta musica di qualità ed ha un orecchio beneducato non può confondere gli addobbi con la vera sostanza…certo che però il mondo delle suoneria oltre ad essere comunque una forma di ispirazione per quanto riguarda la timbrica sonora rimane anche una bella prova del 9 per testare l’effettiva forza di un motivo musicale…se una canzone è forte lo è anche se ridotta a “scheletro” di se stessa…ma questo è un altro discorso..
-Datemi una vostra definizione di stile.
A: Lo stile è pregiudizio, nel bene e nel male. Basta accettarne le conseguenze.
-Manca poco a Sanremo, vi piacerebbe suonarci?
A: Certo! Siamo troppo ambiziosi per non farci allettare dall’idea di avere un’intera orchestra sotto il nostro controllo…senza parlare di tutta l’orchestra mediatica che ne consegue!..Una vero e proprio test per l’autocontrollo comunicativo. Dentro e fuori dall’Ariston tutto è vittima del gigantismo.
( 2006)
Difficile, davvero difficile recensire in maniera fredda, oggettiva, giornalistica un evento tanto travolgente, totalizzante, trascinante, adrenalinico.
Ormai è risaputo e comunemente accettato: i Muse sono in assoluto la miglior live band attualmente in circolazione. Ogni loro esibizione è uno spettacolo, un orgasmo uditivo e visivo, un turbinio di elementi roboanti senza essere meramente rumoristici, un’esplosione di luci, colori, suoni che ti colpiscono come un dolcissimo pugno nello stomaco e che ti lasciano senza respiro.
Neanche a dirlo, il concerto del 2 dicembre al Palamalaguti di Casalecchio non ha fatto eccezione.
La splendida arena bolognese alle 20 e 30 è già stracolma, tutti sono trepidanti, rumorosi ma civili.
La serata inizia ufficialmente intorno alle 21 una breve ma intensa esibizione di tali Noisettes, trio più che decente, che propone agli oltre cinquemila presenti un ottimo mix di crossover, rock e noise, che omaggia alternativamente coi suoi suoni violenti gruppi di culto come i Sonic Youth, gli ultimi At the drive in e suona a volte come una versione leggermente edulcorata dei Mars Volta. Una nota di merito spetta invece di diritto alla cantante del gruppo: un’ estensione vocale eccezionale, un timbro sempre perfettamente funzionale allo stile della band e, soprattutto, un’aggressività canora che mai scade nell’urlaccio gratuito.
Stranamente i Noisettes suonarono senza una scenografia: perché alle loro spalle si erge un gigantesco telo nero?
La risposta arriva un’oretta più tardi (demerito, demerito, demerito: d’accordo farsi desiderare e far crescere l’attesa, ma ormai la pessima consuetudine di far aspettare interminabili minuti tra l’esibizione del cosiddetto gruppo spalla e quella della band principale è insopportabilmente radicata), quando, finalmente, i Muse sono on stage: il telo improvvisamente cade e rivela una scenografia splendida e fantascientifica: Matthew Bellamy e soci sono sovrastati da un maxi schermo analogico, sorretto dalla riproduzione di una gru (o forse è l’albero maestro di una nave?mah!) avviluppata in fili di cangianti luci al neon. Alla sinistra del palco c’è una grande struttura semovibile a forma di tronco di piramide a base esagonale rovesciato, le cui facce sono altrettanti schermi anch’essi analogici. Le luci canoniche sono subito acide, fredde e calde senza soluzione di continuità.
Nemmeno il tempo di far esaurire il boato che li accoglie che i Muse partono con le note del primo pezzo. Si apre con Map of the Problematique, uno dei pezzi più solidi del loro (ahimè, mediocre) ultimo album Black Holes and Revelations. Gli schermi si accendono e le immagini sono assurde: psichedeliche e folli, colorate e cangianti, fatte di falsh ed immagini modificate con un morphing volutamente dissennato. Ai lati del palco, più in alto, altri due schermi, più piccoli, riproducono le immagini live catturate sul palco da tre telecamere puntate sui musicisti (è incredibile, ormai ogni concerto è guidato da un vero e proprio regista, che sembra produrre un videoclip in presa diretta per ogni esibizione!).
Dopo il pezzo d’apertura si passa alla travolgente Butterflies and Hurricanes, tratta dal precedente lavoro della band, Absolution. Proprio questo è stato uno dei punti di forza del concerto, l’alternanza di pezzi tratti da tutti i lavori della band, senza concentrarsi eccessivamente sull’ ultimo, oggettivamente inferiore ai precedenti (lo conferma il fatto che quasi tutti i brani tratti da esso sono accolti in maniera leggermente più fredda dalla platea).
Come è ovvio, i pezzi “storici” dei Muse sono quelli che maggiormente infiammano i fans presenti nell’arena: Bliss, Plug in Baby, Time is Running Out, New Born sono ormai dei veri e propri inni, accolti con cori a squarciagola e saltellii da far tremare l’intera struttura.
Matthew è in una forma vocale eccelsa, Dominic il solito motore della band, circondato da una batteria praticamente a centottanta gradi attorno a lui, Chris (che tra l’altro festeggiava i suo ventottesimo compleanno proprio nel giorno del concerto), come al solito, fa il suo onesto, oscuro ma necessario lavoro.
C’è spazio in scaletta anche per alcune chicche, come il primo singolo in assoluto della band Sunburn e la splendida Forced In, pubblicata esclusivamente in